Guida semiseria agli annunci immobiliari

Il seguente mini-dizionario si propone di orientare i neofiti della ricerca-casa nel guazzabuglio degli annunci immobiliari, fornendo loro un efficace strumento per decifrarne il gergo.

“A due passi da…” – ad almeno un chilometro dal luogo di interesse o in un vicolo malfamato ad esso adiacente

“Ascensore al momento non presente, ma vi è già un progetto per realizzarlo” – un nuovo condomino all’ultima assemblea ha timidamente osato chiedere se fosse mai stato messo all’ordine del giorno e da allora gli altri condomini, tutti maratoneti ottuagenari, gli hanno tolto il saluto

“Caratteristico contesto di ringhiera” – mutande altrui stese ad asciugare sul ballatoio.

“Completamente ammobiliato” – il venditore, oltre ad avere pessimo gusto, non può permettersi un trasloco.

“Da personalizzare” – l’impresa ha lasciato i lavori a metà

“Grazioso open-space” – monolocale

“Ideale per studenti” – 1) piccolo appartamento per una persona sola o per chi non dà valore alla privacy; 2) lo stabile è infestato da appartamentini abitati da studenti, che lo hanno trasformato in una confraternita

“Imperdibile, da vedere” – 1) l’inserzionista non poteva permettersi un fotografo professionista; 2) agenti o proprietari molto persuasivi, recarvisi senza libretto degli assegni.

“Ingresso indipendente” – l’appartamento si trova in mezzo ad un cortile e, fino a pochi anni fa, era la bottega di un calzolaio

“Nuda proprietà unico usufruttuario di 85 anni!” – fate testamento, morirete prima voi.

“Ottimo per investimento” – 1) non è accatastato come abitazione, pertanto non vi si può risiedere, ma si può destinare ad affitti brevi; 2) zona di pregio, ma appartamento talmente angusto che solo un viaggiatore straniero riuscirebbe, per pochi giorni, ad apprezzarlo

“Particolare soluzione” – 1) appartamento di 45mq distribuito su 3 livelli da 15mq l’uno; 2) cucina in fondo al corridoio; 3) bagno sul soppalco

“Per amatori” – al mondo c’è solo un’altra persona a cui può piacere, oltre all’attuale proprietario, che i vicini hanno affettuosamente ribattezzato Psycho.

“Ristrutturato da architetto” – alla visita si può sostituire la visione di una puntata di Miami Vice.

“Silenziosissimo” – al piano rialzato ma con affaccio interno

“Spettacolare Loft disposto su 3 livelli” – monolocale al piano terra equipaggiato con una grande mensola detta “soppalco” e collegato ad una cantina detta “taverna con volta in mattoni”.

“Stabile civile” – parallelepipedo stile Germania-est costruito negli anni ’50-’60

“Stabile medio-signorile” – di livello poco superiore alla casa popolare

“Sito in palazzo tutelato dalle Belle Arti” – adatto a chi, prima ancora che il Palladio, ama la burocrazia.

“Situato nel centro nevralgico della movida” – 1) impossibile dormire; 2) dopo alcuni anni le chiazze di vomito davanti al portone non si notano quasi più

“Soffitti alti 3.15 metri” – appartamento interamente da ristrutturare

“Zona centrale, servitissima, dotata di ogni comodità” – 1) rumore assordante tutto il giorno: 2) il palazzo trema al passaggio della metropolitana.

 

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Una classificazione alternativa degli sport

Quasi tutte le classificazioni degli sport disponibili in letteratura si basano su aspetti intrinseci. Secondo wikipedia essi si possono distinguere in base al campo di gara (indoor, outdoor, acquatici etc.); in base al numero di partecipanti (individuale, di squadra); in base all’attrezzatura (palla, racchette, remi, motori); in base alla presenza di animali (cavalli, cani).

Se questa classificazione, da un lato ha il pregio di essere onnicomprensiva, dall’altro ha il difetto di non utilizzare categorie mutuamente esclusive. Ciascuno sport ricade in più categorie. Si pensi alla pallavolo. Secondo quel sistema di classificazione è sia sport indoor, che uno sport con palla, che uno sport di squadra. Il motociclismo, invece, è sia uno sport con motore, che uno sport outdoor, che uno sport individuale, e via discorrendo.

La ricerca di un criterio di classificazione più scientifico, e pertanto basato su categorie mutuamente esclusive, deve necessariamente fare i conti con un elemento che nulla ha a che fare con i luoghi, gli strumenti o i gesti con cui lo sport si manifesta (l’interazione con una palla, la corsa, il salto, il lancio di un oggetto, il fatto che si confrontino due persone o due squadre, il campo all’aperto o il palazzetto). L’unico criterio che può venire in soccorso quando si ambisce ad una classificazione scientifica è il modo in cui si sancisce l’esito della competizione.

Se si utilizza questa chiave di lettura si otterranno quattro criteri che, singolarmente o in combinazione tra loro, sono in grado di produrre una classificazioni basata su categorie mutuamente esclusive.

In particolare vi sono tre criteri che possiamo definire “verticali” ed uno “orizzontale” che può, o meno, combinarsi con i primi, dando luogo a 6 categorie . I criteri verticali sono: punteggio, misura, giuria. Il criterio orizzontale è il tempo.

Di seguito viene presentata una classificazione di questo tipo con esempi di sport popolari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sport a punteggio puri (o sport a punteggio fisso): volley, tennis, tennis tavolo

Sport a punteggio + tempo (o sport a punteggio variabile): calcio, pallacanestro, rugby, football americano, hockey, boxe e arti marziali*

 

Sport a misura puri (o sport misura variabile): salto in alto, salto in lungo, lancio del giavellotto, sollevamento pesi.

Sport a misura+tempo (o misura fissa): tutte le gare di corsa, ciclismo, nuoto, automobilismo, canottaggio.

 

 

 

 

 

 

Sport a giuria puri: tuffi, volteggio (ginnastica artistica), dressage (equitazione)

Sport a giuria + tempo**: corpo libero, trave, anelli, parallele (ginnastica artistica), pattinaggio di figura, nuoto sincronizzato

E’ inimmaginabile, invece, uno sport il cui risultato sia regolato solo dal tempo senza che vi sia un elemento quantitativo (punteggio o misura) o qualitativo (giudizio di una giuria) a decretare un vincitore.

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Baseball e cricket (versione over illimitati) sono sport a punteggio puri (in essi non vi è un limite di tempo fisso), che hanno però la particolarità di non essere sport a punteggio fisso.

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*il knock-out nella boxe o l’ippon nel judo sono forme di punteggio che comportano interruzione anticipata dell’incontro per manifesta superiorità, ma non escludono la presenza del fattore tempo.

**in questi sport il limite di tempo non è perentorio, ma l’esecuzione fuori tempo comporta spesso penalità.

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La costellazione dell’Ordine

Non esiste una spiegazione ufficiale del perché, da almeno duecento anni, molti tutori dell’ordine nel mondo anglosassone si appuntino una stella sul petto, come segno distintivo della loro autorità.

L’immagine del distintivo a stella, grazie all’industria del cinema è ormai universalmente legata agli sceriffi nordamericani. La parola sheriff, tuttavia, è stata coniata ai tempi dei primi insediamenti anglosassoni in Gran Bretagna ed è una contrazione di shirereeve. Shire è una suddivisione territoriale e reeve un ufficiale della corona con incarichi locali. Sebbene l’utilizzo di tale distintivo sia appannaggio quasi esclusivo della carica di sceriffo, vi sono anche alcuni dipartimenti di polizia che lo utilizzano.
L’esempio più significativo è quello della polizia di Chicago che fa mostra di un distintivo con stella a 5 punte. Gli altri dipartimenti di polizia, invece, di solito espongono il simbolo di un’aquila, così come fanno i membri delle agenzie governative.

Il ruolo dello sceriffo negli Stati Uniti, la cui origine risale addirittura all’insediamento delle prime colonie, è una carica elettiva il cui compito è quello di mantenere l’ordine e far rispettare la legge solitamente in una contea o in una città indipendente (città che non risponde amministrativamente a una contea). Gli sceriffi americani possono avere distintivi che raffigurano stelle a 5, 6 e 7 punte. Come detto, la ragione del ricorso a tale simbolo è controversa. Di certo c’è che la stella, così come l’aquila, sono simboli di potere di cui negli Stati Uniti (e non solo) viene fatto un uso smodato. Si pensi alla bandiera americana e alle bandiere dei singoli Stati che spesso raffigurano l’una, l’altra o le due insieme.

Una delle spiegazioni più suggestive, ma non suffragata da prove storiche, è che l’uso della stella sia da ricondurre al Texas e ai suoi celebri Texas Rangers i cui primi distintivi, secondo la leggenda sarebbero stati forgiati a partire da monete messicane (il Texas è stato parte del Messico fino al 1836) la cui malleabilità consentiva di ritagliarvi una stella a cinque punte al centro. Tale stella riproduceva il simbolo del Texas che, guadagnata l’indipendenza dal Messico, divenne fino al 1845 una fiera nazione indipendente e scelse come bandiera una stella gialla in campo blu. Tale scelta fruttò allo Stato del Texas, che mantenne anche nella sua bandiera di Stato dell’Unione una stella, il soprannome di Lone Star State.

Il mito dei Texas Rangers contagiò così i dipartimenti degli sceriffi, inizialmente di tutto l’Ovest e del Sud, che adottarono sì la stella, ma in maggioranza a sei punte, non si sa se per differenziarsi o per facilitarne il conio (basta saldare due triangolo sovrapposti).

 

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I distintivi con stella a 7 punte sono meno diffusi, principalmente a causa della maggiore difficoltà di fabbricazione. Cionondimeno, diverse contee sparse per gli Stati Uniti li adottano per i propri sceriffi. Se, come detto sopra, in generale il distintivo a stella non è molto diffuso tra i dipartimenti di polizia, ancora più difficile è vedere una stella a sette punte sull’uniforme di un poliziotto. Fa eccezione l’agenzia di polizia della California incaricata di far rispettare la legge sulle autostrade: la California Highway Patrol. Agenzia che diventò celebre grazie al telefilm “CHiPs”, andato in onda negli Stati Uniti consecutivamente per 6 stagioni dal 1977 al 1983 e le cui repliche in Italia hanno appassionato per trent’anni un fedele gruppo di spettatori.

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Il campione di basket Shaquille O’Neal, l’attore Steven Seagal ed il Presidente Thedore Roosevelt hanno per breve tempo rivestito la carica di vice-sceriffo.

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Un’utopia durata 55 giorni

Tra le utopie partorite dalla spinta ideale degli anni ’60 merita una menzione speciale la “Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose” (in esperanto Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj).

L’Isola delle Rose fu una micro-nazione (un’entità creata da una persona, o da un piccolo numero di persone, che si considera nazione o stato indipendente, ma che non è riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali) i cui confini erano quelli di una piattaforma di 400 mq, eretta in acque internazionali al largo della costa adriatica Riminese. La sua storia ufficiale durò lo spazio di 55 giorni, dalla proclamazione di Indipendenza del 1 Maggio 1968 al giorno in cui lo Stato Italiano prese di fatto possesso della piattaforma, istituendo un blocco navale che, da quel momento, impedì a chiunque di attraccare o di salpare. Quest’ultimo particolare comportò che le uniche due persone residenti sulla piattaforma al momento della sua requisizione non potessero tornare sulla terra ferma per due settimane, sino a quando le autorità consentirono loro di sbarcare a Rimini.

Sebbene la sua pretesa di sovranità sia durata meno di due mesi, la storia dell’Isola delle Rose comincia molto prima, nel 1958, quando il geniale ingegnere bolognese Giorgio Rosa, spinto inizialmente dal semplice desiderio di realizzare un’architettura inedita, che non dovesse sottostare ai dettami e alle lungaggini della burocrazia italiana, cominciò a trasportare in mare i tubi d’acciaio che, una volta saldati fino a diventare 9 pali di circa 50 metri l’uno e piantati nel fondale marino per 40 metri, costituirono le fondamenta della piattaforma. I lavori durarono quasi dieci anni, stante la scarsità di mezzi, le difficoltà logistiche e l’opera di dissuasione della Capitaneria di Porto, che intimò a più riprese di sospendere i lavori. Nel 1967 fu gettata sopra i pali, a 8 metri sopra il livello del mare, una piattaforma di calcestruzzo armato di 20 metri per 20, che costituì il primo piano di una struttura che da progetto ne prevedeva cinque (ma di cui solo due vedranno la luce). Nell’Agosto dello stesso anno la piattaforma, dotata di area per lo sbarco dei battelli e scale per raggiungere i piani, aprì al pubblico.

All’atto della dichiarazione d’indipendenza, avvenuta circa 9 mesi dopo l’apertura al pubblico, la Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose si dotò di un proprio ordinamento (un presidente e 6 dipartimenti), di un proprio stemma (tre rose rosse disegnate su uno scudo sannitico bianco), di una propria bandiera (arancione con al centro il suddetto stemma), di un proprio inno (Timoniere! Smonta di guardia! celebre aria del terzo atto de “L’olandese volante” di Wagner), e naturalmente di una propria lingua: l’esperanto. La Repubblica istituì anche una valuta, le cui monete e banconote però non vennero mai coniate, e stampò 5 emissioni di francobolli.

Nella primavera del 1968 l’Isola fu interessata da un notevole traffico turistico. La circostanza cominciò ad attirare l’attenzione ai più alti livelli delle autorità italiane la cui preoccupazione era che si creassero precedenti di entità limitrofe allo Stato, ma gestite da italiani e rivolte a consumatori italiani che generassero reddito esentasse e, potenzialmente, anche una sorta di contrabbando legalizzato di merci. Simultaneamente, tra la gente si diffusero anche leggende quali quella che la piattaforma ospitasse una casa di appuntamenti e qualcuno, in delirio da guerra fredda, arrivò finanche ad ipotizzare che essa potesse fungere da avamposto per lo stazionamento di sottomarini sovietici.

Fu così che il 25 giugno 1968, il mattino successivo ad una conferenza stampa in cui fu annunciata al mondo la sua Indipendenza, la breve storia della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose si concluse con l’intervento di Capitaneria di Porto e Guardia di Finanza che la circondarono e ne presero possesso.

Da quel momento fino all’11 Febbraio 1969 cominciò una battaglia legale e una campagna di stampa che vide esprimersi con pareri discordanti anche alte personalità, ma che si concluse inevitabilmente davanti ai 675kg di esplosivo con cui il Gruppo Operativo Subacquei della Marina Militare minò i pali della piattaforma allo scopo di farla implodere. La struttura tuttavia, a riprova della sua eccellenza ingegneristica, resistette alla carica e solo quando ne fu applicata una seconda mostrò segni di deformazione, senza tuttavia dare a suoi detrattori la soddisfazione di inabissarsi. Fu una burrasca due settimane dopo a farla inghiottire dal mare.

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Due su sei dipartimenti del Governo della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose erano affidati a donne. Il Governo della Repubblica Italiana, presieduto da Leone ed entrato in carica il giorno precedente alla requisizione della piattaforma, era formato da 18 Ministri, tutti uomini.

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L’Ing. Lombi, a cui l’organo giudiziario competente affidò una perizia tecnica sulla struttura, rilevò che per i metodi all’avanguardia e la resilienza dei materiali con cui era stata costruita la piattaforma avrebbe potuto reggere il peso di 50 piani.

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L’imprenditore Peter Thiel, tra le altre cose co-fondatore di Paypal e noto pensatore libertario, nel 2009 è diventato finanziatore del Seasteading Institute. La missione dell’istituto è quella di promuovere la costruzione di isole artificiali galleggianti, collocate in acque oceaniche ad oltre 200 miglia marine dalle coste, per ospitare colonie di persone che vogliano condurre una vita alternativa e al di fuori dell’influenza dei governi.

 

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Una volta per tutte

Il FELTRO è una stoffa che si ottiene facendo “infeltrire” attraverso procedimenti chimici il pelo animale. Vi si realizzano generalmente panni per lucidare, “pattine” per camminare su pavimenti incerati e pantofole invernali.

Il VELCRO è un sistema di chiusura a strappo in tessuto sintetico commercializzato dall’omonima azienda. Vi si realizzano, tra le altre cose, chiusure per scarpe sportive o per indumenti tecnici, ortopedici e protettivi.

Il PELTRO è una lega di stagno e altri metalli (in misura non superiore al 10%). Vi si realizzano monili artigianali, come vassoi o fiaschette da taschino che, una volta lucidati, possono ricordare l’argento.

Il VELTRO è un termine desueto che un tempo veniva utilizzato per designare il cane da caccia tipo levriero. Il lemma è divenuto celebre per essere stato utilizzato, in senso allegorico, da Dante all’inizio della Divina Commedia nell’omonima profezia.

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Il sistema di chiusura VELCRO fu inventato nel 1955 dall’ingegnere svizzero George De Mestral che, di ritorno da una passeggiata in campagna, notò che alla sua giacca di panno si erano appiccicati dei piccoli fiori di bardana, che risultava molto difficile staccare. Analizzati i due elementi al microscopio notò che il legame era causato dall’unione di minuscoli uncini, posizionati sul calice dei fiori, ai riccioli del tessuto della giacca. Decise così di brevettare un sistema di chiusura composto da una striscia di nylon sulla quale sono incollati molti piccoli uncini e una di poliestere sulla quale è distribuito un gran numero di minuscole asole. La parola VELCRO è una crasi dei termini francesi velours (velluto) e crochet (uncino)

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Nella profezia del VELTRO, che preconizza l’arrivo di un intervento divino a punire e guarire l’umanità dai vizi del tempo, Dante curiosamente menziona anche le parole PELTRO e FELTRO. Il veltro rappresenta la giustizia che sconfigge e uccide la lupa (avidità) che si accoppia con altri animali (altri vizi dell’uomo). Giustizia che per agire non ha bisogno di contropartite quali terra  o monete (peltro), ma di sapienza, amore e virtù. Il riferimento al feltro, infine, denoterebbe, secondo alcuni studiosi, l’umile origine di tale azione riformatrice (feltro come panno di poco valore).

« Molti son li animali a cui s’ammoglia
e più saranno ancora, infin che’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa
fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno
là ove ‘nvidia prima dipartilla. »

(Inf. I, 100-111)

 

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Il destino dei pionieri

La storia moderna è ricca di esempi di invenzioni che non hanno arricchito i visionari che le hanno date alla luce, quanto piuttosto chi, spesso anni dopo, ha saputo reinterpretarle e renderle fruibili dal grande pubblico al momento giusto.

Ciò accade generalmente per tre ordini di motivi: 1) mancanza di mezzi economici e/o connessioni politiche per realizzare e proteggere l’invenzione; 2) invenzione così prematura da non poter essere compresa dal mercato, se non molto tempo dopo; 3) una così alta focalizzazione sull’eccellenza tecnologica da indurre il produttore a trascurare marketing e distribuzione.

Alla terza casistica si può ricondurre quello che ormai è diventato un caso di studio internazionale, quando si parla di marketing.

Chi ha più di quarant’anni ricorderà il brand Betamax. Si tratta del primo sistema di largo consumo di videoregistrazione su cassetta brevettato dal colosso giapponese Sony nel 1975. Il sistema è stato il primo del genere introdotto sul mercato.  Era di altissima qualità e veniva prodotto da una grande azienda che ancora oggi è tra i leader dell’elettronica di consumo. Eppure, quando si parla di videoregistrazione, tutti ricordano VHS.

VHS è lo standard, a detta dei tecnici con qualità dell’immagine inferiore e predisposizione all’usura delle videocassette molto superiore, introdotto un anno dopo da uno dei concorrenti della Sony: la JVC. L’esito della guerra dei videoregistratori è noto. Il VHS ha trionfato a tal punto che nel 1988 la Sony ha cominciato a produrre videoregistratori VHS.

Quali sono i fattori alla base di questa vittoria che ha fatto sì che per buona parte degli anni ’80 e fino alla fine degli anni ’90 (quando il prodotto si è avviato sulla strada di una meritata obsolescenza), si sia continuato a registrare o a guardare quasi esclusivamente VHS?

Innanzitutto il registratore VHS pesava il 20% in meno di un betamax e questo a livello di costi di produzione industriale e di logistica ha un grande impatto. In secondo luogo, su un Betamax inizialmente si poteva registrare solo un’ora di video, mentre su VHS due, il che fa un grande differenza quando si vuole incidere un film su un’unica cassetta. In terzo luogo, in quanto pioniere, solo Sony, e non JVC, fu citata in giudizio dai produttori di contenuti Disney e Universal Studios, che l’accusarono di aver sviluppato una tecnologia che favoriva la pirateria (causa poi vinta da Sony, ma solo nel 1984 con danni di immagine rilevanti). Ma ciò che fece veramente la differenza fu che JVC ebbe sempre ben presente che ciò che fa il successo di una tecnologia di largo consumo è la diffusione del suo standard, prima ancora che la sua qualità. Così, da subito si aprì a collaborazioni con altri produttori e fu soprattutto lesta a capire che il mercato sarebbe stato non tanto trainato dalle scelte dei consumatori, quanto influenzato dal ruolo dei noleggiatori di cassette (che all’epoca noleggiavano anche i videoregistratori). Così, li “corteggiò” proponendo loro prodotti a prezzi inferiori, e di più facile stoccaggio, e si assicurò quindi che i noleggiatori ordinassero dalle case di distribuzione cinematografiche film in VHS anziché in Betamax, finché queste ultime cominciarono progressivamente a distribuire i propri film solo in formato VHS. Da quel momento in poi anche il privato che volesse comprarsi un videoregistratore si trovò di fronte alla scelta obbligata di optare per quello che leggesse lo standard di videocassetta più diffuso, cioè il VHS.

 

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Troppo grande per essere solo un’isola, troppo piccolo per essere addirittura un continente

Il Madagascar è uno Stato insulare situato al largo della costa sudorientale dell’Africa. Secondo la teoria della tettonica a placche un tempo quest’isola (attualmente la quarta più grande del mondo) era un tutt’uno con il supercontinente Gondwana.  In seguito, circa 150 milioni di anni fa, si sarebbe staccata dall’Africa e, infine, 88 milioni di anni fa dall’India. Questo lunghissimo isolamento, unitamente all’assenza di grandi predatori, sarebbe la ragione di una biodiversità animale e vegetale unica al mondo. Basti pensare che il 90% delle specie animali presenti in Madagascar non esistono in nessun altro luogo della Terra.

Sorprendentemente le prime significative migrazioni umane in Madagascar, prima che dall’Africa, giunsero dal sud-est asiatico (350 A.C – 500 D.C.) e dal medio-oriente (700-800 D.C.) ad opera di popolazioni dedite ai commerci marittimi.

Le colonizzazioni dell’isola a fini agricoli e commerciali videro avvicendarsi nei secoli le principali potenze dei tempi. Prima gli arabi, poi gli inglesi, per finire con i francesi, dai quali l’isola diventò indipendente solo nel 1960. Nell’ultimo cinquantennio il Madagascar non ha praticamente mai conosciuto stabilità politica (ma grande sviluppo demografico, che ne ha quintuplicato la popolazione da 5 a 25 milioni). I primi governi filo-francesi furono rovesciati con l’accusa di esterofilia e immobilismo e rimpiazzati da governi comunisti che allinearono il Paese al blocco sovietico fino agli anni ’80. Dagli anni ’90 ad oggi si sono poi alternati una serie di governi democraticamente eletti, alcuni dei quali accusati però di autoritarismo e corruzione, a brevi regimi instaurati a seguito di colpi di stato. L’attuale governo è in carica dal 2013 a seguito di elezioni presidenziali ritenute regolari e democratiche dagli osservatori internazionali.

Ciononostante, permangono diversi fattori che impediscono alla popolazione malgascia di essere padrona del proprio destino e di prosperare grazie allo sfruttamento di un territorio che è potenzialmente molto ricco.

Il primo fattore è rappresentato dalla presenza di imprese, soprattutto cinesi, che da una decina d’anni investono ingenti capitali nel settore agricolo e minerario (si stima 740 milioni di dollari), ma che si sono assicurate lo sfruttamento di centinaia di migliaia di ettari di terreno pagando ai contadini malgasci prezzi non commisurati al loro valore. L’iniquità di tali operazioni è testimoniata dal fatto che, nonostante quest’immissione di capitali, il tenore di vita della popolazione è ulteriormente calato negli ultimi anni, fino a farne una delle più povere e disagiate del mondo.

L’altro elemento che destabilizza gli equilibri politici e socio-economici è il commercio della vaniglia, molto travagliato da quanto l’industria alimentare, chiamata ad una maggiore responsabilità, è tornata a fare uso in modo massiccio di spezie ed aromi naturali. Questa circostanza, di per sé positiva, ha incrementato il fabbisogno a fronte però dell’impossibilità di innalzare i livelli produttivi. L’80% della vaniglia del mondo, infatti, viene prodotta in Madagascar il cui clima infausto, tuttavia, negli ultimi anni ha causato la distruzione di molti raccolti. La combinazione letale di incremento di domanda e diminuzione dell’offerta ha determinato un innalzamento vertiginoso del prezzo (anche 600 dollari/kg) e originato una serie di speculazioni e tensioni che sono arrivate anche a minare l’ordine pubblico. Da un lato si sono infatti moltiplicati gli episodi di brigantaggio a danno dei contadini che si vedono derubati del raccolto senza essere protetti dalle autorità, dall’altro, per reazione, si è diffusa l’abitudine di raccogliere i baccelli quando non son maturi e di conservarli sottovuoto. Quest’ultima pratica ha causato un crollo della qualità del prodotto ed un ulteriore innalzamento del prezzo di quello lavorato a regola d’arte da baccelli maturi.

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Il più noto animale endemico del Madagascar è il lemure di cui, grazie ad una sconfinata produzione documentaristica e letteraria tutti oggi conoscono le sembianze. Ciò che è meno risaputo è che per oltre cento anni, cioè dalla metà dell’Ottocento fino all’affermazione della teoria della tettonica a placche (1960 circa), il lemure ha dato il nome ad un ipotetico continente sommerso. Gli scienziati del XIX secolo, infatti, a seguito del ritrovamento di fossili di lemuri in Pakistan e alla contemporanea assenza di quegli animali nel continente Africano, ipotizzarono che il vuoto tra Madagascar e India fosse un tempo occupato da un continente, poi sommerso. Continente che chiamarono Lemuria per giustificare l’esistenza di esemplari della stessa specie in zone della Terra infinitamente distanti e separate da ostacoli invalicabili. Con l’introduzione delle teoria della tettonica a placche che ha spiegato, tra le altre cose, come Africa/Madagascar e India fossero un unico blocco, quella della Lemuria è stata accantonata come fantarcheologia. Tuttavia, ancora oggi gli scienziati non riescono a spiegarsi come il lemure, di cui i fossili datano la comparsa a 62 milioni di anni fa abbia potuto giungere in Asia dal Madagascar, o viceversa, quando quest’ultimo si è staccato dall’India 26 milioni di anni prima…

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Cosa ci fa il mio amico Arnold a bordo di Kitt?

Il crossover è una soluzione narrativa, utilizzata nell’industria cinematografica da tempo immemorabile, che comporta che due o più personaggi di film o serie tv distinte appaiano insieme sullo schermo, o condividendo da co-protagonisti una nuova storia, o venendo l’uno ospitato nella storia dell’altro.

Contrariamente a quanto si possa pensare, questa tecnica non nasce tanto da esigenze artistiche (vi sono anche questi casi, ma sono minoritari), quanto da motivazioni commerciali. Dietro la scelta di un crossover c’è infatti quasi sempre la necessità di vendere un nuovo prodotto o di incrementare le vendite di un prodotto esistente. Così assistiamo, fin dagli albori del cinema moderno, a crossover tra due personaggi complementari che possano riunire pubblici simili e massimizzare il successo di un nuovo prodotto (Frankenstein contro l’Uomo Lupo, 1943). Una pratica che si è poi diffusa a dismisura da quando sono tornate di moda le produzioni ispirate ai supereroi dei più famosi comics books, tanto che si dovrebbe parlare di questo come di un terzo filone a sé stante. Più interessante, invece, è analizzare il caso dei telefilm che, fin dagli anni ’70, cominciano ad annoverare contaminazioni e compenetrazioni tra serie, che per gli appassionati sono diventati oggetto di culto. Dietro un crossover in una serie tv ci sono due tipologie di esigenze commerciali: 1) utilizzare una serie di grande successo come “traino” per una serie meno fortunata o più giovane; 2) lanciare uno spin-off di una serie di successo nella speranza di replicarlo. Alla base di crossover di questo tipo ovviamente c’è sempre una produttore o un network comune.

Gli esempi sono tantissimi ma, se si dovesse scegliere un crossover per decade, tra le serie più amate degli anni ’70/’80/’90, probabilmente si dovrebbe menzionare: 1) Anni ’70: Mork & Mindy + Happy days; 2) Anni ’80: Il mio amico Arnold + Supercar; 3) Anni ’90: I Jeffersons + Willy il principe di Bel Air.

Mork & Mindy + Happy Days: Robin Williams nei panni di Mork appare per la prima volta in una puntata di Happy Days nel 1978 (My Favorite Orkan), quando i produttori decidono di lanciare questo personaggio magistralmente interpretato da Robin Williams, il cui successo istantaneo influenzerà la scelta di produrre “Mork & Mindy” subito dopo. Nella prima puntata Mork giunge sulla Terra per rapire Richie e portarlo su Ork come cavia umana, ma dopo un confronto con Fonzie, che include anche una leggendaria sfida al juke box, l’alieno desiste e cancella la memoria di tutti i protagonisti, che archivieranno l’accaduto come un sogno. Nella seconda puntata del 1979 (Mork Returns), girata quando la serie Mork & Mindy è già on air, Mork viaggia indietro nel tempo per tornare a trovare Richie e compagnia e ricevere consigli sulle relazioni sentimentali e il romanticismo, che da alieno fatica ancora a comprendere.

Il mio amico Arnold + Supercar: in questo memorabile doppio episodio del 1984 (Hooray for Hollywood) il Signor Drummond porta tutta la famiglia a Los Angeles per raggiungere Maggie, che lo ha appena lasciato, e convincerla a tornare con lui. Durante una visita agli studi di Hollywood però Arnold si intrufola nel set di Supercar per conoscere il protagonista della serie, ma finisce per cacciarsi nei guai salendo a bordo di un’automobile piena di esplosivo.  Sarà proprio Michael Knight a salvargli la vita in un finale all’ultimo spasimo.

I Jeffersons + Willy il pricipe di Bel Air: quella che probabilmente è una delle coppie più famose della storia del piccolo schermo appare per ben due volte nella serie che ha come protagonista Will Smith. Nel primo episodio del 1995 (Will is from Mars) i Jeffersons conoscono Willy e Lisa in occasione di una terapia di gruppo per coppie con problemi, ma una parola sbagliata di Willy scatena la furia del collerico George, finché proprio questa circostanza (e la conseguente solidarietà di Lisa nei confronti di Willy) aiuterà i due giovani ad appianare le loro divergenze. I Jefferson riappaiono nel finale della serie (I, Done. 1996) come acquirenti della villa dello zio di Willy, quando questi la mette in vendita poco prima di lasciare la California.

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Altri crossover famosi di serie TV: Magnum P.I. + Simon & Simon;  Magnum P.I. + La Signora in Giallo;  La donna bionica + l’uomo da 6 milioni di dollari;  Charlie’s Angels + Love Boat;  Baywatch + Gilligan’s Island;

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Donald Trump è apparso in una puntata di Willy il Principe di Bel Air insieme alla seconda moglie Marla Maples

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Negli ultimi anni le case automobilistiche hanno cominciato a produrre (o rinominato modelli esistenti) crossover.  Si tratta di tipologie di automobili che combinano le caratteristiche del SUV a quelle della station wagon sportiva

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Stati all’interno di Stati, che a loro volta contengono Stati

La maggior parte di noi ha sentito parlare di enclavi ed exclavi. Si tratta di territori di uno Stato completamente circondati dal territorio di un altro Stato e che vengono chiamati enclavi o exclavi a seconda del punto di osservazione. Per lo “Stato contenitore” sono enclavi, per lo Stato il cui territorio è contenuto presso un altro Stato sono exclavi. Così, per noi italiani, Campione d’Italia è un’exclave italiana in territorio svizzero, mentre per gli svizzeri è un’enclave italiana nel loro territorio. Altri esempi noti sono quelli di Ceuta e Melilla, exclavi/enclavi spagnole in Marocco.

Vi sono poi casi di enclavi, che non sono allo stesso tempo anche exclavi. Questo si verifica quando l’intero territorio di un dato Stato sovrano è contenuto all’interno di un altro Stato e non vi è quindi un territorio principale da cui il territorio satellite dipenda. Pertanto non vi è una “madrepatria” che possa ritenerlo una propria exclave, ma solo un territorio straniero che lo consideri una propria enclave. Due di queste tre eccezioni si trovano in Italia e sono Città del Vaticano e San Marino. La terza è il Lesotho, stato sovrano completamente circondato da territorio Sudafricano. Diversi, invece, sono i casi di Andorra e Liechtenstein, poiché i due Stati non sono contenuti nel territorio di un altro Stato sovrano, ma schiacciati tra due Stati (rispettivamente Francia/Spagna e Svizzera/Austria), il che fa di loro stati piccolissimi, non enclavi. Particolarissimo il caso del Principato di Monaco, che non può essere assimilato a nessuno degli esempi riportati sopra, poiché non è né interamente circondato da uno Stato straniero (poiché si affaccia sul mare), né stretto tra due o più Stati, .

Ci sono poi situazioni che mettono a dura prova la nostra capacità di comprensione e che richiedono l’ausilio di una mappa. Sono i pochi ma intricatissimi casi di exclavi che contengono enclavi, come quello di Madha, exclave dell’Oman presso gli Emirati Arabi al cui interno sussiste un’enclave degli Emirati. Altro esempio è quello della città di Baarle Hertog, exclave belga in territorio Olandese, che non si presenta come blocco unico ma come una  ventina di lotti di territorio belga sparsi in territorio olandese, alcuni dei quali al loro interno contengono 7 enclavi olandesi. Ciò che rende il caso belga-olandese unico è che, verificandosi in un contesto urbano, si assiste a situazioni limite quali persone il cui Paese di residenza varia in base a dove è collocato il portone del palazzo in cui vivono o ristoranti attraversati dal confine, in cui una sala chiude un’ora prima dell’altra a causa dei differenti regolamenti sui pubblici esercizi in vigore nei rispettivi Paesi.

 

Infine, non si può non menzionare il caso unico al mondo di Dahala Khagrabari, un’enclave di un’enclave di un’enclave. Si trattava di una enclave indiana grande come un campo da calcio contenuta in una enclave del Bangladesh, che sorge all’interno di una enclave indiana in territorio del Bangladesh. Fortunatamente l’anomalia è stata sanata nel 2015 quando l’india ha acconsentito che la sua exclave diventasse territorio del Bangladesh.

 

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Ottobre 1983: Milan – Sampdoria 2-1

E’ una domenica calda e soleggiata, nonostante si sia già entrati nella seconda metà di Ottobre.

Arrivati sul piazzale il colpo d’occhio è straordinario. Stadio, Ippodromo del Trotto e Palasport, i tre templi dello sport meneghino (ora che il velodromo Vigorelli è chiuso) tutti raccolti in un unico spazio. Scelta urbanistica che risponde ad una visione di multi-disciplinarità e concentrazione di eventi in unico giorno, per offrire il massimo ad una città operosa durante la settimana, ma affamata di intrattenimento nel weekend. Oltre a Milan – Sampdoria, che si gioca nel primo pomeriggio, la sera scenderà sul parquet la Simac di Dan Peterson per affrontare la Binova Bergamo nella terza giornata di quello che passerà alla storia come l’ultimo campionato senza tiro da tre punti. Campionato che le “scarpette rosse” perderanno per la quarta volta consecutiva capitolando in una rocambolesca gara 3 (senza Meneghin squalificato), contro la Granarolo Bologna.
Manca poco all’inizio della partita e i parcheggi per le auto, che arrivano fino a 20 metri dalle cancellate dell’impianto, sono già pieni da ore. Lungo tutto il tragitto da piazzale Lotto, si incrociano bagarini che offrono biglietti a prezzi maggiorati a chi non ne è in possesso. Prezzi che scenderanno vertiginosamente al momento del fischio d’inizio, per chi si accontenta di entrare a partita cominciata. Una volta entrati, le gradinate dello stadio, intitolato a Meazza appena 3 anni prima, appaiono molto gremite, per una partita non di cartello. C’è del resto grande entusiasmo tra i tifosi milanisti per il ritorno in serie A e per vedere all’opera i nuovi acquisti, su tutti i due stranieri: il fortissimo difensore belga Eric Gerets e lo sconosciuto  centravanti britannico di origine giamaicana Luther Blissett. Il campo è separato dagli spalti da una cancellata nera oltre la quale non vi sono posti a sedere, ma una zona popolare denominata parterre dove si può assistere alla partita stando in piedi. Dietro le porte, in cui spicca il dettaglio della traversa che, nel congiungere i due pali non è perfettamente retta, ma descrive un lievissimo arco, vi sono tabelloni pubblicitari. Lì sono asserragliati fotografi e personaggi vari, infiltrati non si sa a che titolo, in quella zona per addetti ai lavori. Sulla sommità del secondo anello spicca il tabellone luminoso, simbolo di modernità, ormai da più di 15 anni. Il Milan schiera in campo, tra gli altri, Baresi, Tassotti, Filippo Galli e Alberigo Evani che, reduci da una stagione in serie B, fanno del loro meglio per disputare un campionato dignitoso agli ordini di Ilario Castagner, ignari del fatto che di lì a 10 anni diventeranno i senatori di una delle squadre più forti di tutti i tempi,  accumulando 4 scudetti e 3 coppe dei Campioni.

La formazione di casa scende in campo con la tradizionale uniforme rossonera a maniche lunghe in lanetta con sponsor tecnico Ennerre e sponsor di maglia “Olio Cuore”. La Sampdoria risponde con tradizionale divisa blucerchiata con medesimo sponsor tecnico e sponsor di maglia Phonola, storico marchio italiano dell’elettronica di consumo. Tra i liguri si nota in particolare la presenza di un giovanissimo Roberto Mancini alla seconda stagione in SerieA, ma le star della squadra sono ancora il portiere della nazionale Ivano Bordon e il fantasista Scanziani.

La partita è molto combattuta e divertente con numerose occasioni da una parte e dall’altra. I padroni di casa passano in vantaggio 2-0 con Carotti che in tuffo di testa segna il goal più bello della sua carriera e con Vinicio Verza, il giocatore di maggior tasso tecnico del Milan che, dopo un paio di dribbling, infila Bordon con un tiro imparabile scagliato dal limite dell’area. Quando mancano meno di quindici minuti al termine e i cancelli vengono aperti agli appassionati senza biglietto, che vanno ad affollare il parterre, la Sampdoria accorcia le distanze con un goal in scivolata del capitano Scanziani.

Al fischio finale si raccolgono i cuscinetti, che hanno reso più sopportabile la seduta di due ore sulle gradinate (soprattutto per gli occupanti il secondo anello sprovvisto di seggiolino), e si torna a casa con la radiolina vicina all’orecchio per ascoltare i risultati e i commenti delle altre partite, svoltesi tutte in contemporanea.

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Da lì a dieci giorni:

  • 23 Ottobre: un camion bomba esplode nei pressi di una caserma americana dei marines di stanza a Beirut uccidendone 241.
  • 25 Ottobre: Gli Stati Uniti invadono l’isola di Grenada per stroncare sul nascere la deriva filo-comunista del governo locale
  • 25 Ottobre: Microsoft rilascia la prima versione di Word per DOS.

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Ascensore per lo spazio

Tra i progetti di ingegneria spaziale non ancora realizzati, uno dei più affascinanti è certamente l’ascensore spaziale*. Affascinante perché l’idea è relativamente semplice, ma al contempo rivoluzionaria, perché ridurrebbe i costi delle missioni di trasporto di materiali e sistemi nello spazio di 50 volte (rispetto a quelli odierni basati sulla propulsione a razzo).

L’ascensore spaziale, teorizzato per la prima volta dallo scienziato russo Ciolkovskij (padre indiscusso della missilistica), consiste degli stessi elementi di un ascensore normale: un cavo, un contrappeso e una cabina. Diversamente da un ascensore normale, però, il cavo dovrebbe essere lungo almeno 36.000 km, il contrappeso trovarsi all’estremità superiore del cavo (l’altra estremità ancorata a terra) e la cabina non essere trainata dal cavo, ma scorrere lungo esso. In pratica, il contrappeso, situato oltre l’orbita geostazionaria (1), farebbe sì che il cavo rimanga naturalmente teso poiché, a quella altitudine la forza centrifuga è superiore alla forza di gravità. Perché ciò sia vero, però, il cavo dovrebbe essere ancorato sulla linea dell’Equatore, cosa che gli assicurerebbe la maggior forza centrifuga possibile. La velocità angolare raggiunta alla sommità del cavo consentirebbe ai carichi di sfuggire all’attrazione terrestre ed essere “fiondati” fino a Saturno con un dispendio di energia costituito solo da quantitativo necessario per far arrampicare la cabina sul cavo.

Se da un punto di vista concettuale i fondamenti di questa tecnologia sono ben definiti e condivisi da tutti gli ingegneri spaziali più eminenti, il progetto è tuttora fermo alla fase di studio di fattibilità per diversi motivi, quasi tutti superabili, tranne uno: il materiale del cavo. Allo stato attuale non esiste un materiale che garantisca una resistenza alla trazione sufficientemente elevata.  Perché l’ascensore sia in sicurezza, servirebbe un cavo in grado di resistere ad una trazione di più di 100 GPa (gigapascal). Per fare un esempio, i cavi in acciaio che vediamo impiegati in molte strutture civili hanno una resistenza di 1GPa. Il kevlar (il materiale con cui si fanno i giubbetti antiproiettile) ha una resistenza di 5GPa. Gli unici materiali che, a livello teorico, raggiungono quelle prestazioni sono i nanotubi di carbonio. Il problema è che un solo atomo fuori posto in una struttura di nanotubi di migliaia di chilometri farebbe scendere la resistenza a 50GPa, con esiti catastrofici. E dal momento che, ad oggi, non è possibile produrre nanotubi di carbonio senza la minima imperfezione, l’ascensore spaziale dovrà attendere…

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Ciolkovskij pubblicò il trattato “L’esplorazione dello spazio cosmico per mezzo di motori a reazione” nel 1903. L’opera veniva ancora studiata dagli scienziati americani dediti al programma spaziale nel decennio 1950-1960.

 

(1) orbita circolare ad un’altitudine tale per cui un satellite compie la rivoluzione in un giorno, apparendo quindi fermo rispetto ad un osservatore sulla Terra.

 

*Questo articolo, come tutto ciò che viene pubblicato su amorvacui.it, non ha alcuna pretesa di divulgazione scientifica, ma solo l’obiettivo di fornire, attraverso semplificazioni strumentali, un invito alla riflessione e all’approfondimento presso fonti che abbiano, al contrario, piena dignità scientifica.

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1940-1993: le città che non esistono

Alla fine del 1940 Stalin decise che l’Unione Sovietica dovesse sviluppare un programma nucleare su larga scala per vincere la corsa alla bomba atomica in cui tutte le principali potenze cominciavano a cimentarsi in quegli anni .

Per fare ciò, però, sarebbe stato necessario compiere uno sforzo organizzativo e logistico ragguardevole. Fu così deciso di creare città segrete che fornissero attraverso i loro residenti manodopera e competenze ai molteplici progetti di proliferazione nucleare (1).

Queste città, abitate per l’appunto da scienziati, tecnici, manutentori, operai, guardiani e dalle loro famiglie, sorgevano solitamente in zone isolate, ma vicino a un bacino o un corso d’acqua (necessari per il funzionamento delle centrali).

La loro definizione in burocratese era “entità amministrative territoriali chiuse” (acronimo russo ZATO). La loro particolarità era quella di non avere un nome, di non comparire sulle mappe o sui cartelli stradali, di essere recintate ed inaccessibili se non ai loro abitanti o a visitatori selezionati. Visitatori che necessitavano comunque di pass da presentare a uno dei checkpoint aperti sul loro perimetro.

Come detto, gli abitanti potevano entrare e uscire liberamente, ma non potevano parlare della loro città con altri cittadini russi (e men che meno con i pochi cittadini stranieri che circolavano all’epoca), pena l’incriminazione per tradimento.

Ciononostante, probabilmente attraverso i parenti degli abitanti o i funzionari di partito, si diffuse negli anni la voce dell’esistenza di queste entità, alle quali i russi comuni cominciarono a riferirsi con l’appellativo di “città casella postale”. L’unico modo di identificarle era infatti un codice postale che faceva riferimento a un fermoposta presso la città più vicina (a cui doveva essere inviata la corrispondenza per i cittadini della città-chiusa) e ne consentiva l’inoltro alla città chiusa.

Nonostante la condizione di diminuita libertà personale, la vita all’interno delle ZATO era una vita da privilegiati. I salari erano più alti del 20%, non vi era carenza né di varietà né di quantità di cibo, come purtroppo accadeva nel resto del paese, e i figli degli impiegati avevano accesso ad un’istruzione di primissimo livello, senza doversi spostare da casa. Pertanto, al loro interno si sviluppò nei decenni una sorta di sottocultura basata sull’orgoglio di far parte di qualcosa di speciale. Purtroppo, quello che gli abitanti delle città chiuse non sapevano è che la loro vicinanza alle centrali dove venivano sviluppati i “progetti” li esponeva quotidianamente ad una quantità di radiazioni che, a lungo andare, avrebbe nuociuto alla maggior parte di loro.

Già all’inizio degli anni ’80 le gerarchie sovietiche dovettero pensare che mantenere una segretezza formale su qualcosa di conosciuto da tutti fosse anacronistico o che fosse per qualche motivo venuta meno l’esigenza di segretezza. Decisero così di aprire alcune di queste città, tra le quali quella di Perm. La maggior parte però rimase segreta fino alla disgregazione dell’impero sovietico e oltre: di fatto fino alla nuova costituzione del 1993.

Attualmente in Russia ci sono 42 città un tempo segrete, che ora sono pubblicamente riconosciute, ma che continuano a mantenere lo status di territorialità speciale e che sono inaccessibili da parte degli stranieri. Tre quarti di esse sono amministrate dal Ministero della Difesa e un quarto dalla Rosatom. In esse vivono 1.5 milioni di persone.  Si pensa che ve ne siano alcune altre che ancora non sono state ufficializzate.

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In aggiunta alle città chiuse, nate per motivi bellico-militari, vi erano città chiuse per motivi  geo-politici, quali Kaliningrad e Saaremaa, poiché situate in zone strategiche o perché confinanti con paesi del blocco occidentale.

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Le città-chiuse sono un fenomeno che non riguarda solo l’Unione Sovietica, e ora la Federazione Russa. Ve ne sono state anche in Albania, in Sudafrica, in Cina e negli  Stati Uniti (soprattutto città funzionali al Manhattan Project).

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(1) terminata la guerra altre città vennero dedicate ai programmi spaziali.

I prossimi campionati mondiali di Kabaddi si svolgeranno a Dubai

Non è ancora ufficiale, ma pare certo che i prossimi mondiali di Kabaddi si terranno per la prima volta fuori dall’India e precisamente nell’emirato di Dubai.

Chi non conosce questo sport, popolarissimo in India (specialmente nello stato del Punjab), ma comunque praticato regolarmente in 31 Paesi, di cui 8 Europei (Italia compresa), probabilmente sarà sorpreso dall’affermazione che raramente una disciplina richieda una perfetta padronanza di tecniche così diverse tra loro. Infatti, il giocatore di kabaddi deve essere contemporaneamente uno sprinter, un lottatore, un apneista e un tattico, combinazione che lo rende un atleta dal fisico scultoreo e dalla mente lucidissima.

Per riassumere brevemente le caratteristiche e le regole del gioco bisognerà dire innanzitutto che si tratta di uno sport di squadra, che si gioca in 7 contro 7 su un campo rettangolare, grande pressapoco come la metà di un campo da tennis (da cui mutua i corridoi), e si articola in 2 tempi da 20 minuti con intervallo di 5. Le due squadre occupano due metà opposte del campo e si alternano in fasi di attacco e di difesa (un po’ come nel football americano) e lo fanno inviando a turno un “raider” nella metacampo avversaria. Una volta oltre le linee nemiche, il raider dovrà tentare di toccare con le mani o con i piedi uno o più avversari e tornare nella propria metacampo senza essere placcato o spinto nei corridoi dai difensori che lui stesso metterà in gioco al momento del tocco (il raider non può essere placcato per il solo fatto di essere entrato nella metacampo avversaria). Nel compiere la sua azione, per la quale ha a disposizione 30 secondi, il raider deve continuare ad urlare a mo’ di mantra “kabaddi-kabaddi-kabaddi” per dimostrare che non sta respirando, ma solo espirando. Se porta a compimento l’azione con successo, guadagna un punto per ogni avversario toccato. Al contrario, se viene placcato il punto viene guadagnato dalla squadra in difesa. Ogni volta che un difensore viene toccato, e il raider ritorna a casa indenne, il primo è estromesso dal campo. Parimenti, la stessa cosa accade al raider che viene placcato. Entrambi possono però rientrare in campo quando le rispettive squadre effettuano un nuovo tocco o placcaggio.  Un altro modo per il raider di segnare punti è spingersi oltre una sorta di linea di meta e tornare nella sua metacampo senza essere placcato. Questa azione dà diritto a un punto bonus.

Tornando ai mondiali, un’altra novità rispetto al passato, oltre a quella del paese ospitante, sarà la prima partecipazione di Colombia e Messico, in aggiunta al blocco storico del 6 nazioni composto da India, Iran, Pakistan, Korea, Argentina e Kenya.

 

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Il vombato

Il vombato (in inglese wombat) è un piccolo marsupiale erbivoro che vive nelle foreste o nelle praterie di Australia e Tasmania. Somiglia vagamente ad un orsetto, è lungo circa 70cm, ma ha un peso specifico notevole che porta gli esemplari più tozzi a pesare 40kg. La testa compatta, il lunghi incisivi, le zampe corte e i duri artigli lo rendono uno scavatore fenomenale ma, nonostante la figura non slanciata e il fatto che passi gran parte del tempo sotto terra a scavare, quando si tratta di correre non è secondo a nessuno. Alcuni vombati, infatti, raggiungono velocità di 40 km/h.

In quanto marsupiale ha una sacca ma, anziché essere posizionata sull’addome, come nei canguri, si trova nel posteriore.

Il vombato vive nel complesso sistema di tane che scava sottoterra (alcuni tunnel possono misurare 200mt). Taluni esemplari vivono in comunità, altri in solitudine. Solitamente lavora di notte e dorme di giorno. Si nutre di radici, erba, cortecce, che digerisce molto lentamente (14 giorni) e dalle quali prende l’acqua per idratarsi. Questa particolare dieta, insieme al fatto di vivere a contatto con l’umidità della terra, gli consente di poter stare anche anni senza bere.

Il fatto che il suo aspetto ispiri tenerezza unitamente alla caratteristica di saper interagire in modo giocoso con l’uomo, hanno inizialmente indotto a pensare che il vombato potesse diventare un animale semi-domestico. Coloro che ci hanno provato, però, una volta che l’esemplare ha raggiunto l’età adulta, ne sono usciti con le ossa rotte e le case distrutte. Non per cattiveria o per aggressività innata, ma semplicemente per come è strutturato, il vombato può ferire seriamente l’uomo, anche solo per manifestare affetto. Inoltre, può cominciare a correre all’impazzata quando si trova in uno spazio chiuso sfondando porte e lesionando muri. La sua propensione a scavare tunnel in linea retta lo rende estremamente insofferente alle barriere architettoniche dei contesti civili, che preferisce abbattere, piuttosto che aggirare.

Un’ultima cosa estremamente curiosa del vombato è che utilizzi le sue terga tozze e cartilaginee per difendersi quando è attaccato da qualche predatore. Tipicamente, quando in pericolo, corre verso uno dei suoi tunnel, vi entra e, se l’aggressore istintivamente lo segue infilandovi il muso, il nostro marsupiale lo colpisce col sedere schiacciandogli la testa contro il soffitto del tunnel.

 

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Il cacciatore, la vacca di mare e il ruolo del riccio.

La vacca di mare, anche nota come “Ritina di Steller” era un un mammifero marino erbivoro di notevole stazza: 10 tonnellate distribuite su 8 metri di lunghezza per 6 di circonferenza nel punto più ampio. Caratteristica che l’ha resa, dalla sua comparsa nel Pleistocene alla sua estinzione nel 1768, il mammifero più grande del mondo, ad esclusione di alcuni cetacei.

Fu classificata per la prima volta nel 1741 dal naturalista tedesco Steller, che la osservò sull’isola di Bering, dove approdò a seguito di un naufragio (l’isola, situata al largo della penisola della Kamčatka, fu così battezzata proprio perché il famoso esploratore danese Bering vi morì poco dopo il naufragio).

Per sopravvivere durante il soggiorno forzato i naufraghi ne uccisero un discreto numero e se ne cibarono traendo dai grassi della sua carne grande beneficio per la cura della malattie tipiche dei tempi e delle professioni marinare, come lo scorbuto.

Tornati sulla terraferma i superstiti raccontarono ai loro compatrioti, tra i quali vi erano molti cacciatori di pellicce, delle vacche di mare e della particolare resistenza e impermeabilità delle loro pelli. Così da quel momento, e per i 20 anni successivi, l’Isola di Bering diventò una sorta di scalo per i cacciatori nei loro viaggi dalla Kamčatka all’Alaska, luogo che al tempo era densamente popolato di animali dalle pellicce pregiate, quali otarie e lontre marine.

Sull’isola di Bering i cacciatori completavano l’assemblaggio delle loro imbarcazioni con le pelli di vacca di mare, che utilizzavano per fasciare l’intelaiatura dello scafo e renderlo più leggero e duttile di quello tradizionale in legno. Allo stesso tempo, coi resti dei mammiferi marini all’uopo uccisi, facevano anche scorte di carne per il viaggio e, con la parte interna della pelle, persino suole per le scarpe.

Per due secoli si è quindi pensato che l’estinzione delle vacche di mare, avvenuta già 27 anni dopo la loro classificazione, fosse da ricondurre allo sterminio compiuto dai naufraghi della spedizione Bering prima e dai cacciatori di pelli nel ventennio successivo.

In realtà nel 1980, la naturalista e scrittrice Delphine Haley ha fornito, al termine dei suoi studi sulla fauna marina dell’Alaska e delle isole del Mare di Bering, una spiegazione molto più complessa e affascinante.

Secondo tale teoria, le vacche di mare originariamente popolavano le zone costiere dell’Alaska e le isole Aleutine. Quando i nativi di quei luoghi cominciarono a cacciare le lontre marine, che si cibavano di ricci di mare, quest’ultimi crebbero di numero in modo esponenziale. Poiché il riccio si nutre di alghe kelp, alimento consumato anche dalle vacche di mare, queste, per non morire di fame, furono costrette a migrare verso l’arcipelago di cui fa parte l’Isola di Bering, dove crescono le stesse alghe, ma dove non non vi sono antagonisti echinodermi. Naturalmente, solo una minoranza di esse riuscì a compiere indenne la migrazione.

Pertanto, quando i naufraghi approdarono sull’isola, quella delle vacche di mare era già una specie ridotta e a rischio di estinzione. L’intervento mortale dei cacciatori, reso più rapido ed efficace dal fatto che quella generazione di mammiferi marini non fosse mai entrata in contatto con l’uomo e non ne conoscesse quindi la pericolosità, ha solo accelerato un processo cominciato per altri motivi.

In conclusione, se è vero che quando si verifica lo sconvolgimento di un ecosistema con l’alterazione della catena alimentare, se non è per un cataclisma, il primo imputato è sempre l’uomo, è altrettanto vero che i nessi di causalità non sono mai così elementari e banali.

 

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Chiedeteci tutto, ma non di fare le scale

Non è facile dire chi abbia inventato l’ascensore. Di macchinari per il trasporto in verticale delle persone vi è traccia già nelle cronache dell’antichità classica, mentre, tra gli esempi giunti fino a noi, spiccano quelli ben più recenti delle regge Settecentesche come Versailles, Caserta e Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo.

Per vedere in funzione un ascensore di tipo moderno, però, bisogna aspettare il 1852 quando Elisha Otis brevetta il “safety elevator”. Ascensore che verrà installato a New York nel 1857 all’interno del Haughwout Building, nella zona che oggi chiamiamo SoHo.

Quando pensiamo all’ascensore e alla sua diffusione è normale che ci vengano in mente immagini di città sviluppate in verticale o di Paesi che abbiano avuto una forte crescita urbanistica nel secondo Novecento.

Stupisce, pertanto, apprendere che il Paese con il maggior numero di ascensori pro capite sia la Spagna, seguita dall’Italia, con concentrazioni che sono rispettivamente 6 e 5 volte superiori a quelle degli Stati Uniti. Ciò che sorprende ancor di più è che il margine di distacco tra il duo Spagna-Italia e gli altri Paesi sia talmente ampio che, se si passa dal dato pro capite a quello in valore assoluto, solo la Cina riesce a superare i due paesi mediterranei.

A mente fredda, si capisce che le ragioni di questo primato siano da ricondurre al fatto che Spagna e Italia abbiano un tessuto urbanistico ed architettonico simile, fatto di una manciata di grandi città con prevalenza di palazzi in media di 5 piani e tante realtà di provincia caratterizzate da palazzine un po’ più basse, ma costruite nella seconda metà del ‘900 e quindi nate con l’ascensore. A questo si aggiunge che, rispetto ad altri Paesi, la percentuale di persone che sono proprietarie di casa in Spagna ed Italia è elevatissima (attorno all’80%), mentre altrove il paradigma è quello di pochi grandi proprietari, che possiedono molti immobili, spesso antichi, che li affittano e che non hanno interesse ad investire in un ascensore.

Negli Stati Uniti, invece, la stragrande maggioranza delle persone non vive nei grattacieli di New York, ma nelle villette a due piani costruite in serie, dove nessuno ha mai sentito la necessità di questa amenity.

Attualmente non è stata ancora stilata una classifica del numero di piani coperti da ascensore per Paese, ma non è difficile immaginare che quella prospettiva di osservazione potrebbe sconvolgere le classifiche proiettando al vertice Cina, Giappone, Stati Uniti anche nel dato pro capite (i 6 ascensori di un solo grattacielo di 50 piani totalizzerebbero un punteggio che, per essere eguagliato in Spagna o in Italia, richiederebbe l’impiego di 60 palazzi di 5 piani)(1).

Se diamo, infine, uno sguardo ai produttori di ascensori vediamo che il settore è piuttosto concentrato nelle mani di 5 giganti che detengono il 65% del mercato e tra questi non vi è neanche un’azienda italiana o spagnola, ma una americana, giapponese, una svizzera (con chairman italiano), una finlandese, una tedesca.

 

(1) Nella sola New York ci sono 86 grattacieli che hanno più di 50 piani.

 

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L’aeroporto di Sant’Elena è finalmente operativo

Per più di mezzo secolo si è parlato di costruire un aeroporto civile a Sant’Elena, l’isola appartenente al Regno Unito, che dista quasi 2000km dalle coste africane e che è nota ai più per aver ospitato Napoleone durante l’esilio dal 1815 al 1821.

Sant’Elena, contrariamente alle sorelle Tristan da Cunha ed Ascensione (1), ha una dimensione ed una conformazione tali da poter ospitare un aeroporto, ma la pianificazione, e poi costruzione, dello stesso, è stata rallentata da un’infinità di problemi. Non è facile, infatti, trasportare i materiali e i macchinari necessari per un’opera così importante in un luogo situato a 5 giorni di navigazione dalla città più vicina e dove navi di medio-grandi dimensioni spesso non possono attraccare a causa delle condizioni del mare.

Ciononostante, la strategicità dell’opera dal punto di vista politico-militare per il Regno Unito (la prospettiva di far diventare Sant’Elena il territorio britannico raggiungibile in aereo più vicino alle Falkland, arcipelago sulla cui sovranità la disputa con l’Argentina non è mai del tutto sopita) e turistico per la comunità locale, hanno convinto il governo di Sua Maestà che i benefici avrebbero superato i costi.

Così, con 5 anni di lavori e 250 milioni di sterline di investimento, l’aeroporto è stato ultimato. Nel Settembre del 2015 il primo velivolo (militare) è atterrato con successo. Per veder atterrare un aereo passeggeri medio-grande (vuoto e in volo di prova per testare l’operatività dell’aeroporto) bisognerà però attendere l’Aprile del 2016. L’aereo riuscirà ad atterrare, ma solo dopo tre tentativi, poiché la forza dei venti, combinata alla brevità della pista mettono a dura prova le capacità dei piloti. A seguito di quel test, e di molti altri in seguito, l’autorità per la sicurezza dei voli, dopo numerose analisi di rotte possibili e intensità dei venti, decide di rilasciare il certificato di conformità, ma di classificare l’aeroporto “Category-C”, che significa non adatto a jet di grandi dimensioni e per piloti che si siano addestrati quantomeno al simulatore su questo tipo di decolli/atterraggi.

Il primo volo commerciale, proveniente da Città del Capo, con sessanta passeggeri a bordo, operato da Airlink, una consociata di South African Airways, atterra nel Maggio del 2017. L’operatività vera e propria della rotta, aggiudicata alla stessa compagnia, per voli commerciali di linea comincia nell’Ottobre dello stesso anno. Attualmente Airlink vola settimanalmente (ogni Sabato) con degli apparecchi Embraer E-190 (max 99 posti) da Johannesburg, ma con scalo tecnico per rifornimento in Namibia. A partire da Dicembre 2018, e limitatamente alla stagione estiva, verrà introdotto un secondo volo settimanale, per gestire il picco di turisti in quel periodo. Mensilmente viene invece messo a disposizione un collegamento da Sant’Elena all’aeroporto militare di Ascensione. Il costo del biglietto è piuttosto elevato. Se lo si acquista con largo anticipo si possono trovare tariffe da €900 A/R, ma si può arrivare a pagare anche €1.200.

E’ ancora presto per valutare l’impatto dell’aeroporto sullo sviluppo di un turismo di massa che consentirebbe all’amministrazione dell’isola di rendersi economicamente autosufficiente da Londra, ma vale la pena di menzionare qualche dato. Il numero di persone giunte a Sant’Elena in aereo nel 2017 (nei 3 mesi di operatività) è stato di 767, mentre nel solo mese di Marzo 2018 ne sono arrivate 348.

Per la cronaca, nel Febbraio 2018 è stato soppresso il leggendario servizio-traghetto della Royal Mail Ship St.Helena che, fino a 5 mesi prima e per 30 anni, ha rappresentato l’unica speranza per i civili di raggiungere o lasciare l’isola.

(1) su Ascensione c’è un piccolo aeroporto militare

 

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Isole di passaggio

Se è vero che da quando si sono diffusi in massa i satelliti destinati alla mappatura del Globo, non c’è luogo sulla Terra a noi sconosciuto, è altrettanto vero che la morfologia del nostro pianeta è in continua evoluzione. Siamo abituati a sentir parlare di zone costiere che vengono lentamente inghiottite dall’innalzamento degli oceani, di laghi e fiumi che si prosciugano a causa della siccità e di opere dell’uomo che uniscono oceani e mari che prima erano separati. Più raramente si apprende di isole che nascono da un giorno all’altro.

L’esempio più eclatante di questo fenomeno è quello di Surtsey, una piccola  isola al largo della costa meridionale dell’Islanda comparsa improvvisamente nel 1963.

L’isola, di origine vulcanica, deve la sua nascita ad un’eruzione che ha innalzato la crosta oceanica in quel punto  da 130 mt sotto il livello del mare a 174 mt sopra il livello del mare in 3 anni. Al termine dell’attività vulcanica, che si è protratta in modo non continuativo fino al 1967, e che l’ha resa fino ad allora inavvicinabile, l’isola ha raggiunto una superficie massima di 2.7 km quadrati.

Da quel momento in poi, Surtsey è diventata un’opportunità unica per lo  studio delle formazione della vita. Dichiarata riserva naturale quando l’ultima eruzione era ancora in corso, l’accesso è stato subito interdetto a chiunque, tranne che ad un piccolo gruppo di scienziati, che da allora studia l’evoluzione di flora, fauna marina ed ornitologica.

Per via della conformazione delle sue coste, l’attracco con natanti più grandi di un gommone è impossibile. Pertanto, l’unico modo che gli scienziati hanno di raggiungere il prefabbricato dove pernottano quando vi si recano per condurre esperimenti e prelevare campioni è in elicottero. Prima di ogni missione gli scienziati e i piloti controllano meticolosamente di non trasportare inavvertitamente sementi o altre tracce che possano alterare l’ecosistema dell’isola. 

Purtroppo, il periodo di osservazione non durerà neanche cento anni poiché, per via della friabilità delle rocce che la costituiscono, l’isola verrà presto completamente erosa e infine inghiottita dall’oceano.

Già oggi la sua superficie si è ridotta a 1.4km quadrati (dai 2.7 del 1967) e si stima che nel 2100 non ve ne sarà più traccia.

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Anche l’Italia ha avuto una sua “isola di passaggio”. Si tratta dell’isola Ferdinandea, una formazione di rocce laviche emersa tra Sciacca e Pantelleria a causa di un procedimento eruttivo nel 1831, che le fece raggiungere in poche settimane un’estensione di 4km quadrati e un’altezza di 65mt. Purtroppo, in meno di un anno l’erosione la riportò sotto il livello del mare, relegandola al ruolo di secca.

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Era già il 1999, ma ancora…

Si poteva fumare negli uffici, negli aeroporti, nei ristoranti e nei locali notturni;

Nel portafoglio avevamo le lire;

Roberto Baggio non aveva ancora segnato un quarto dei suoi goal in carriera (1);

Vittorio Gassman, Alberto Sordi e Nino Manfredi erano ancora tra noi;

Non esistevano l’ipod, l’iphone, l’ipad;

Il presidente degli Stati Uniti era Clinton, il presidente della Federazione Russa Eltsin;

Michael Schumacher non aveva ancora vinto neanche un mondiale-piloti alla guida della Ferrari;

Nella Top 300 di Forbes delle persone più ricche del mondo non figuravano Cinesi, né Russi (2);

Nokia, Motorola ed Ericsson detenevano quasi il 60% del mercato dei telefoni cellulari;

Il motore di ricerca Google era usato solo dal 7.8% degli utenti;

Ad Angela Merkel mancavano ancora 6 anni per diventare cancelliere;

Amazon.com era presente con un un dominio solo in USA, UK e Germania e cominciava proprio in quell’anno a vendere prodotti che non fossero libri;

L’unico social network esistente era SixDegrees.com;

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Nel 1999, con 8 miliardi di dollari di patrimonio stimato, Berlusconi era il 27mo uomo più ricco del mondo. Nel 2018, dopo innumerevoli oscillazioni, il suo patrimonio torna ad essere di 8 miliardi, ma ora è “solo” il 190° uomo più ricco del mondo.

(1) in Serie A, dal Settembre 1999 al suo ritiro nel 2004 ne ha segnati 51 su 220 totali.

(2) vi erano alcuni cittadini di Hong Kong, divenuti cittadini cinesi al cambio di sovranità del 1997, ma che avevano costruito la loro fortuna quando Hong Kong apparteneva al Regno Unito.

 

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Come si chiamano i Russi?

In Russia le persone vengono identificate attraverso un nome, un patronimico e un cognome.

Il nome proprio è scelto dai genitori, il patronimico invece deriva dal nome proprio del padre (al quale viene aggiunto -ovič, -evič, -ič per i maschi e -‘evna, –ovna per le femmine). Il cognome infine indica la famiglia di discendenza (sempre per linea maschile). Quest’ultimo rimane invariato per i maschi, mentre viene aggiunta una -a per le femmine (tranne in alcuni casi come quelli di cognomi di origine ucraina che terminano per -enko e che restano invariati anche per le femmine).

Quando una donna russa si sposa acquisisce il cognome del marito con l’aggiunta del suffisso -a. Esemplificativo è il caso della moglie di Michail Gorbačëv, nata Titarenko e divenuta Gorbačëva.

Per quanto riguarda gli usi in fatto di nomi, patronimici e cognomi nella società russa, il cognome è poco usato se non in occasioni formali e per iscritto. Il modo educato di rivolgersi ad una persona è utilizzare nome e patronimico “Caro Michail Sergeevič”. L’utilizzo del solo nome proprio è consentito quando le persone sono in grande confidenza, ma preferibilmente in forma di diminutivo (come Misha al posto di Michail, Olja al posto di Ol’ga).

 

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I culti del Cargo

Sono culti che si diffondono tra la fine dell’Ottocento e la Seconda Guerra Mondiale in Melanesia, quando le popolazioni del luogo vengono in contatto con le potenze del Terzo Colonialismo prima, e con il contingente Giapponese e Americano poi.

Gli elementi fondanti di questi culti, infatti, sono: 1) l’incontro tra una civiltà avanzata e una, fino a quel momento semi-isolata, che non conosce la tecnologia moderna; 2) un’improvvisa apparizione di beni materiali, fino ad allora sconosciuti presso questa seconda civiltà; 3) personalità carismatiche del luogo che forniscono ai loro conterranei un’interpretazione mistica di questa singolare combinazione di eventi.

Tipicamente queste popolazioni sono portate a credere che tali beni (vestiti, cibo in scatola, tende da campeggio, torce elettriche, radio) letteralmente piovuti dal cielo sulle loro isole, ma ai quali non hanno accesso diretto, perché utilizzati dai visitatori, fossero inizialmente destinati a loro per volere degli dèi. Il fatto che non siano al momento nella loro disponibilità si spiegherebbe con la furbizia dei forestieri, che le avrebbero intercettate, prendendone temporaneamente il controllo.

Le manifestazioni più eclatanti di tali culti emergono però sistematicamente quando i visitatori abbandonano quei luoghi portando via la maggior parte dei beni ostentati e desiderati dalla civiltà autoctona (come il ritiro del contingente americano da quelle isole scelte come basi logistiche per le operazioni nel Pacifico alla fine della Seconda Guerra Mondiale).

In quel momento emergono figure carismatiche locali che si ergono a profeti e canalizzano questi bisogni di oggetti materiali rimasti insoddisfatti.

Tipicamente questi capi-spirituali predicono il ritorno delle risorse in un futuro non meglio specificato e, questa volta, per loro esclusiva fruizione. Nell’attesa che l’evento si verifichi, tengono impegnati i fedeli con riti che riproducono attività viste compiere agli stranieri, nella convinzione che potranno propiziare un ritorno dei cargo. Così i nativi organizzano marce e parate militari in cui indossano uniformi da loro create per somigliare ai militari americani (o si dipingono i gradi militari sulla pelle), brandiscono bastoni di legno che dovrebbero rappresentare i fucili che hanno visto questi ultimi imbracciare.

Parallelamente, ci si tiene pronti ad accogliere nuove spedizioni mantenendo pulite le piste di atterraggio di giorno e illuminandole con torce di notte. Vengono anche costruite torri di controllo all’interno delle quali i figuranti indossano cuffie di legno da loro create e mimano non meglio precisate attività di coordinamento.

Non è tuttora chiaro se questi capi spirituali fossero sinceri o si siano avvantaggiati delle circostanze per accrescere il proprio prestigio personale.

 

 

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Lo studio di questi culti ha affascinato un gran numero di studiosi e ha travalicato i confini dell’antropologia, tanto che il termine “Cargo Cult Programming” si definisce la pratica, in ambito di programmazione software, di utilizzare frammenti di codice preso da altre fonti e copiarli senza averne compreso il significato e senza la certezza che porti beneficio al nuovo programma che si sta scrivendo.

 

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Una giornata normale. Milano, Aprile 1970.

Ti alzi almeno un’ora prima dell’ora alla quale si alzeranno i tuoi figli alla tua età  all’inizio del nuovo millennio.

Se nella notte è accaduto un fatto importante (come l’avaria sull’Apollo 13) non hai modo di saperlo prima di aver comprato il giornale all’edicola sotto casa (quasi sicuramente il Corriere della Sera, Il Giornale e La Repubblica non esistono).
Qualora disponessi di un televisore (ce l’ha un italiano su cinque), accendendolo prima delle 11 di mattina troveresti su entrambi i canali RAI un’immagine fissa in bianco e nero, detta monoscopio.
L’unico modo di conoscere le notizie dell’ultim’ora è ascoltare il giornale radio RAI delle 7.

Se sei uomo, dopo esserti sbarbato con pennello, sapone e rasoio a doppio filo, una volta pronto, troverai la colazione che tua moglie ti avrà preparato, sia che sia una casalinga, sia che sia una delle cinque milioni di donne che lavorano.

Esci di casa per andare al lavoro e, essendo uno degli 11 milioni di italiani che possiedono un auto, anche se il tuo ufficio dista meno di due chilometri da casa probabilmente ci vai in automobile.  L’hai comprata da due anni pertanto c’è l’85% di possibilità che sia di marca italiana, l’avessi appena comprata la percentuale scenderebbe al 72% e, se fossi nel restante 28% , probabilmente avresti scelto una FORD.

Mettiamo che abiti in corso Vercelli e che lavori in una delle tante sedi centrali di banche che sorgono tra Piazza del Duomo e Piazza San Babila. Per andarci puoi percorrere via Dante e corso Vittorio Emanuele, non ancora pedonalizzate e, una volta arrivato a destinazione parcheggi l’auto per strada o sul marciapiede poiché non esistono né il parcheggio sotterraneo di Corsia dei Servi, né tantomeno quello di Piazza Meda.

In ufficio il tuo status è inversamente proporzionale alla quantità di tecnologia e persone che ti circondano. Se sei un capo, hai giusto un telefono, che nella maggioranza dei casi non sei neanche tu ad operare, ma la tua segretaria. Non hai mai neanche provato a pigiare i tasti di una macchina da scrivere e, quando tra qualche anno la banca comincerà a dotarsi di terminali che dialogano con il “cervellone”, non sarai certo tu ad usarli. Che tu sia capo o impiegato, l’accesso a strumenti informatici non ti viene distribuito, ma rimane confinato in quello che tutti chiamano ancora “centro meccanografico”, un luogo nel seminterrato che solo un manipolo di persone sanno come funzioni e in cui i dati (ancora per pochi anni) viaggeranno su schede di cartoncino perforate. Dati che a te verranno tradotti da qualcuno in formato intellegibile. Se fumi, puoi esercitare questa facoltà liberamente in tutte le aree della banca. All’ora di pranzo hai l’abitudine di tornare a casa a mangiare e di assopirti per dieci minuti sul divano prima di riprendere a lavorare verso le 14:30, ma dopo esserti cambiato la camicia, che nel frattempo sarà diventata grigia a causa dello smog e del fumo.

La tua giornata lavorativa termina tra le 17:30 e le 19, a seconda del tuo rango. In ogni caso in tempo non certo per “l’aperitivo coi colleghi”, ma per tornare di fretta a casa prima che cominci il “Telegiornale Sport” delle 19:45 o per andare a cambiarti e a prendere tua moglie perché, anche se è Aprile inoltrato e non è troppo chic farsi vedere a La Scala nella seconda parte della stagione, al Don Carlo non si rinuncia.

Se invece rimani a casa, dopo una cena servita al più tardi alle 20:15 e consistente di un primo, secondo con contorno, dessert, frutta e digestivo ti metti davanti alla tv a guardare insieme a tua moglie lo sceneggiato che le piace tanto, in totale relax, consapevole del fatto che nessuno avrà l’ardire di telefonarti dopo le 21, se non per avvisarti che hanno fatto saltare il caveau della banca.

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La teoria della Terra Cava

Quella della Terra Cava, oggi confinata al rango di pseudoscienza, ha annoverato tra i propri sostenitori scienziati e personalità di spicco in tutte le epoche che la sua narrazione fin da tempi antichissimi ha attraversato.

Secondo tale teoria la Terra non sarebbe uno sferoide massiccio formato da una crosta esterna e da una sequenza di mantelli e nuclei concentrici sempre più caldi, ma un guscio spesso qualche centinaio di chilometri all’interno del quale vi sarebbero altri gusci vuoti concentrici separati da atmosfere e ruotanti a velocità differenti attorno ad un unico nocciolo (Edmund Halley, 1692).

A integrazione di tale teoria, diversi esploratori, alti ufficiali di marina e uomini politici, fino agli inizi del Novecento, hanno sostenuto che gli strati interni fossero abitati e che a questo intramondo si potesse accedere attraverso dei passaggi in corrispondenza dei Poli. Nell’Ottocento diverse spedizioni furono organizzate per verificare queste ipotesi ma nessun resoconto, che non fosse un’opera di fantascienza, ne ha mai fornito le prove.

Cionondimeno, forte di alcune evidenze, scientificamente confutabili, ma di sicuro impatto, come la circostanza che gli iceberg in Artide e Antartide, pur essendo immersi nel mare, siano fatti di acqua dolce (così come i presunti fiumi dell’interno della Terra che li alimentano), o che nei pressi dei Poli vi sia la presenza di pollini di fiori o cenere vulcanica (che fuoriuscirebbero dai portali che collegano i due mondi), la teoria ha resistito a livello di credenza popolare per tutto il Novecento. Non solo, ma ha anche ispirato un gran numero di scrittori di fantascienza e raccolto un discreta quantità di seguaci, soprattutto tra i sostenitori delle teorie di complotto.

Lo stesso Terzo Reich, dei cui gerarchi è nota la passione per l’occulto, finanziò diverse spedizioni alla ricerca di questi passaggi, non tanto in prossimità dei Poli quanto sull’Himalaya e sulle Ande. L’obiettivo era quello di verificare una delle varianti della teoria secondo la quale i veri terresti vivrebbero all’interno, mentre sulla crosta esterna sarebbero confinate razze mutate.

Analogamente, secondo interpreti moderni dello stesso principio, se la normalità è vivere all’interno dei pianeti, si spiegherebbe facilmente per quale motivo esplorazioni spaziali non abbiano mai trovato evidenze di vita su altri pianeti.

Per completezza merita infine di essere menzionata una teoria solo apparentemente antitetica a quella della Terra Cava, quella della Terra Concava. Secondo tale teoria la Terra non sarebbe un globo massiccio al cui esterno si svilupperebbe la vita, ma un guscio vuoto che la ospiterebbe sulla crosta interna e al cui centro insisterebbe l’intero universo. A ben riflettere ciò eleverebbe gli umani di Terra Concava al rango degli esseri superiori descritti dai teorici della Terra Cava, da qui la non antiteticità con la prima teoria. Non è questo il luogo per un suo approfondimento, ma la Teoria della Terra Concava in realtà ha dei fondamenti di fisica teorica (come la Sfera di Dyson), anche apprezzabili che hanno portato a interessanti dibattiti di scuola, poi conclusisi dinanzi all’evidenza empirica delle esplorazioni spaziali.

 

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Le lingue del mondo

Che il cinese, nelle sue sette varietà, sia la lingua più parlata al mondo (1200M) non suonerà certo come una notizia. Così come non stupisce che la seconda lingua più parlata sia lo spagnolo (400M) o l’inglese (360M+500M), a seconda che si considerino solo i madrelingua, o il numero totale dei parlanti.

Più interessanti invece sono altre statistiche sulla diffusione delle lingue nel mondo.

Per esempio, potrà sorprendere che, su 6000 lingue parlate nei 198 Paesi riconosciuti dall’ONU, l’Italiano risulti essere la ventesima più diffusa, con 64 milioni di parlanti.

Mentre la multiculturalità di Londra è testimoniata dal fatto che vi si possano reperire persone che parlano 300 idiomi differenti.

Così come apparirà paradossale che in un continente come quello dell’Oceania, il cui numero di abitanti è estremamente esiguo (41M), si parlino più di 500 lingue, alcune delle quali da un numero veramente ridotto di persone. Si pensi solo che, ad esclusione dell’inglese, lingua ufficiale nelle tre isole maggiori (Australia, Nuova Zelanda, Papua N.G.), la lingua più parlata è il samoano, idioma conosciuto da 370.000 persone, più o meno gli abitanti di un medio capoluogo di regione italiano.

Vi sono poi lingue in via di estinzione parlate ormai da una manciata di soggetti.  Ad esempio di persone che parlino il Taushiro, idioma di una zona piuttosto inaccessibile del Perù che non ha subito nel corso dei secoli contaminazioni culturali, ne è rimasta solo una. Stessa sorte tocca al Kaixana, lingua autoctona del Brasile. Al confronto va molto meglio al Dumi, lingua Nepalese del distretto sud-orientale del Khotang che conoscono solo otto abitanti di quei luoghi impervi.

Della tutela e della sopravvivenza di queste lingue rare si occupa, tra le altre cose l’UNESCO, che dal 1996 ha creato un Atlante delle lingue rare con lo scopo di censirle e di intervenire nelle situazioni più critiche, con opere di codifica volte alla conservazione nel tempo di tali idiomi destinati a estinguersi.

In Italia ci sono 4 lingue ad elevato rischio di estinzione: il Titsch (una variante della lingua Walser) parlata in Valle d’Aosta orientale e nella Val d’Ossola in Piemonte, il Croato Molisano in Molise, il Guardiolo e il Griko in Calabria.

Per chi volesse divertirsi a condurre qualche ricerca personale, si allega di seguito il link all’Atlante.

Atlante Lingue a Rischio Estinzione UNESCO

Al di là degli aspetti quantitativi può interessare sapere che, tra le lingue parlate da più di 100.000 persone, quella con meno punti di contatto con altre lingue e quindi più difficile da apprendere per gli stranieri è il basco, mentre per un bambino l’apprendimento della lingua madre parlata presenta uguale livello di difficoltà/facilità indipendentemente dalla sua provenienza.

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Invasione di pulcini in Georgia

Nella campagna georgiana, a 30km dalla capitale Tbilisi, alcuni giorni fa si è verificato un fatto piuttosto bizzarro. I responsabili di una fattoria si sono disfatti di centinaia di uova di gallina che, per qualche motivo, ritenevano essere avariate. Come destinazione per quegli insoliti rifiuti hanno scelto una vicina discarica, ricolma di spazzatura di ogni genere.

Tuttavia il gran caldo, la commistione con sostanze varie e soprattutto l’errore di valutazione sulla qualità delle uova hanno trasformato la discarica in un’incubatrice. In poco tempo, infatti, queste si sono dischiuse e ne sono usciti centinaia di pulcini.

I nuovi arrivati, una volta raccolte le energie necessarie, si sono poi diretti verso il più vicino villaggio i cui abitanti hanno dato asilo a molti di loro.