Guida semiseria agli annunci immobiliari

Il seguente mini-dizionario si propone di orientare i neofiti della ricerca-casa nel guazzabuglio degli annunci immobiliari, fornendo loro un efficace strumento per decifrarne il gergo.

“A due passi da…” – ad almeno un chilometro dal luogo di interesse o in un vicolo malfamato ad esso adiacente

“Ascensore al momento non presente, ma vi è già un progetto per realizzarlo” – un nuovo condomino all’ultima assemblea ha timidamente osato chiedere se fosse mai stato messo all’ordine del giorno e da allora gli altri condomini, tutti maratoneti ottuagenari, gli hanno tolto il saluto

“Caratteristico contesto di ringhiera” – mutande altrui stese ad asciugare sul ballatoio.

“Completamente ammobiliato” – il venditore, oltre ad avere pessimo gusto, non può permettersi un trasloco.

“Da personalizzare” – l’impresa ha lasciato i lavori a metà

“Grazioso open-space” – monolocale

“Ideale per studenti” – 1) piccolo appartamento per una persona sola o per chi non dà valore alla privacy; 2) lo stabile è infestato da appartamentini abitati da studenti, che lo hanno trasformato in una confraternita

“Imperdibile, da vedere” – 1) l’inserzionista non poteva permettersi un fotografo professionista; 2) agenti o proprietari molto persuasivi, recarvisi senza libretto degli assegni.

“Ingresso indipendente” – l’appartamento si trova in mezzo ad un cortile e, fino a pochi anni fa, era la bottega di un calzolaio

“Nuda proprietà unico usufruttuario di 85 anni!” – fate testamento, morirete prima voi.

“Ottimo per investimento” – 1) non è accatastato come abitazione, pertanto non vi si può risiedere, ma si può destinare ad affitti brevi; 2) zona di pregio, ma appartamento talmente angusto che solo un viaggiatore straniero riuscirebbe, per pochi giorni, ad apprezzarlo

“Particolare soluzione” – 1) appartamento di 45mq distribuito su 3 livelli da 15mq l’uno; 2) cucina in fondo al corridoio; 3) bagno sul soppalco

“Per amatori” – al mondo c’è solo un’altra persona a cui può piacere, oltre all’attuale proprietario, che i vicini hanno affettuosamente ribattezzato Psycho.

“Ristrutturato da architetto” – alla visita si può sostituire la visione di una puntata di Miami Vice.

“Silenziosissimo” – al piano rialzato ma con affaccio interno

“Spettacolare Loft disposto su 3 livelli” – monolocale al piano terra equipaggiato con una grande mensola detta “soppalco” e collegato ad una cantina detta “taverna con volta in mattoni”.

“Stabile civile” – parallelepipedo stile Germania-est costruito negli anni ’50-’60

“Stabile medio-signorile” – di livello poco superiore alla casa popolare

“Sito in palazzo tutelato dalle Belle Arti” – adatto a chi, prima ancora che il Palladio, ama la burocrazia.

“Situato nel centro nevralgico della movida” – 1) impossibile dormire; 2) dopo alcuni anni le chiazze di vomito davanti al portone non si notano quasi più

“Soffitti alti 3.15 metri” – appartamento interamente da ristrutturare

“Zona centrale, servitissima, dotata di ogni comodità” – 1) rumore assordante tutto il giorno: 2) il palazzo trema al passaggio della metropolitana.

 

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Una classificazione alternativa degli sport

Quasi tutte le classificazioni degli sport disponibili in letteratura si basano su aspetti intrinseci. Secondo wikipedia essi si possono distinguere in base al campo di gara (indoor, outdoor, acquatici etc.); in base al numero di partecipanti (individuale, di squadra); in base all’attrezzatura (palla, racchette, remi, motori); in base alla presenza di animali (cavalli, cani).

Se questa classificazione, da un lato ha il pregio di essere onnicomprensiva, dall’altro ha il difetto di non utilizzare categorie mutuamente esclusive. Ciascuno sport ricade in più categorie. Si pensi alla pallavolo. Secondo quel sistema di classificazione è sia sport indoor, che uno sport con palla, che uno sport di squadra. Il motociclismo, invece, è sia uno sport con motore, che uno sport outdoor, che uno sport individuale, e via discorrendo.

La ricerca di un criterio di classificazione più scientifico, e pertanto basato su categorie mutuamente esclusive, deve necessariamente fare i conti con un elemento che nulla ha a che fare con i luoghi, gli strumenti o i gesti con cui lo sport si manifesta (l’interazione con una palla, la corsa, il salto, il lancio di un oggetto, il fatto che si confrontino due persone o due squadre, il campo all’aperto o il palazzetto). L’unico criterio che può venire in soccorso quando si ambisce ad una classificazione scientifica è il modo in cui si sancisce l’esito della competizione.

Se si utilizza questa chiave di lettura si otterranno quattro criteri che, singolarmente o in combinazione tra loro, sono in grado di produrre una classificazioni basata su categorie mutuamente esclusive.

In particolare vi sono tre criteri che possiamo definire “verticali” ed uno “orizzontale” che può, o meno, combinarsi con i primi, dando luogo a 6 categorie . I criteri verticali sono: punteggio, misura, giuria. Il criterio orizzontale è il tempo.

Di seguito viene presentata una classificazione di questo tipo con esempi di sport popolari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sport a punteggio puri (o sport a punteggio fisso): volley, tennis, tennis tavolo

Sport a punteggio + tempo (o sport a punteggio variabile): calcio, pallacanestro, rugby, football americano, hockey, boxe e arti marziali*

 

Sport a misura puri (o sport misura variabile): salto in alto, salto in lungo, lancio del giavellotto, sollevamento pesi.

Sport a misura+tempo (o misura fissa): tutte le gare di corsa, ciclismo, nuoto, automobilismo, canottaggio.

 

 

 

 

 

 

Sport a giuria puri: tuffi, volteggio (ginnastica artistica), dressage (equitazione)

Sport a giuria + tempo**: corpo libero, trave, anelli, parallele (ginnastica artistica), pattinaggio di figura, nuoto sincronizzato

E’ inimmaginabile, invece, uno sport il cui risultato sia regolato solo dal tempo senza che vi sia un elemento quantitativo (punteggio o misura) o qualitativo (giudizio di una giuria) a decretare un vincitore.

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Baseball e cricket (versione over illimitati) sono sport a punteggio puri (in essi non vi è un limite di tempo fisso), che hanno però la particolarità di non essere sport a punteggio fisso.

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*il knock-out nella boxe o l’ippon nel judo sono forme di punteggio che comportano interruzione anticipata dell’incontro per manifesta superiorità, ma non escludono la presenza del fattore tempo.

**in questi sport il limite di tempo non è perentorio, ma l’esecuzione fuori tempo comporta spesso penalità.

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La costellazione dell’Ordine

Non esiste una spiegazione ufficiale del perché, da almeno duecento anni, molti tutori dell’ordine nel mondo anglosassone si appuntino una stella sul petto, come segno distintivo della loro autorità.

L’immagine del distintivo a stella, grazie all’industria del cinema è ormai universalmente legata agli sceriffi nordamericani. La parola sheriff, tuttavia, è stata coniata ai tempi dei primi insediamenti anglosassoni in Gran Bretagna ed è una contrazione di shirereeve. Shire è una suddivisione territoriale e reeve un ufficiale della corona con incarichi locali. Sebbene l’utilizzo di tale distintivo sia appannaggio quasi esclusivo della carica di sceriffo, vi sono anche alcuni dipartimenti di polizia che lo utilizzano.
L’esempio più significativo è quello della polizia di Chicago che fa mostra di un distintivo con stella a 5 punte. Gli altri dipartimenti di polizia, invece, di solito espongono il simbolo di un’aquila, così come fanno i membri delle agenzie governative.

Il ruolo dello sceriffo negli Stati Uniti, la cui origine risale addirittura all’insediamento delle prime colonie, è una carica elettiva il cui compito è quello di mantenere l’ordine e far rispettare la legge solitamente in una contea o in una città indipendente (città che non risponde amministrativamente a una contea). Gli sceriffi americani possono avere distintivi che raffigurano stelle a 5, 6 e 7 punte. Come detto, la ragione del ricorso a tale simbolo è controversa. Di certo c’è che la stella, così come l’aquila, sono simboli di potere di cui negli Stati Uniti (e non solo) viene fatto un uso smodato. Si pensi alla bandiera americana e alle bandiere dei singoli Stati che spesso raffigurano l’una, l’altra o le due insieme.

Una delle spiegazioni più suggestive, ma non suffragata da prove storiche, è che l’uso della stella sia da ricondurre al Texas e ai suoi celebri Texas Rangers i cui primi distintivi, secondo la leggenda sarebbero stati forgiati a partire da monete messicane (il Texas è stato parte del Messico fino al 1836) la cui malleabilità consentiva di ritagliarvi una stella a cinque punte al centro. Tale stella riproduceva il simbolo del Texas che, guadagnata l’indipendenza dal Messico, divenne fino al 1845 una fiera nazione indipendente e scelse come bandiera una stella gialla in campo blu. Tale scelta fruttò allo Stato del Texas, che mantenne anche nella sua bandiera di Stato dell’Unione una stella, il soprannome di Lone Star State.

Il mito dei Texas Rangers contagiò così i dipartimenti degli sceriffi, inizialmente di tutto l’Ovest e del Sud, che adottarono sì la stella, ma in maggioranza a sei punte, non si sa se per differenziarsi o per facilitarne il conio (basta saldare due triangolo sovrapposti).

 

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I distintivi con stella a 7 punte sono meno diffusi, principalmente a causa della maggiore difficoltà di fabbricazione. Cionondimeno, diverse contee sparse per gli Stati Uniti li adottano per i propri sceriffi. Se, come detto sopra, in generale il distintivo a stella non è molto diffuso tra i dipartimenti di polizia, ancora più difficile è vedere una stella a sette punte sull’uniforme di un poliziotto. Fa eccezione l’agenzia di polizia della California incaricata di far rispettare la legge sulle autostrade: la California Highway Patrol. Agenzia che diventò celebre grazie al telefilm “CHiPs”, andato in onda negli Stati Uniti consecutivamente per 6 stagioni dal 1977 al 1983 e le cui repliche in Italia hanno appassionato per trent’anni un fedele gruppo di spettatori.

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Il campione di basket Shaquille O’Neal, l’attore Steven Seagal ed il Presidente Thedore Roosevelt hanno per breve tempo rivestito la carica di vice-sceriffo.

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Una volta per tutte

Il FELTRO è una stoffa che si ottiene facendo “infeltrire” attraverso procedimenti chimici il pelo animale. Vi si realizzano generalmente panni per lucidare, “pattine” per camminare su pavimenti incerati e pantofole invernali.

Il VELCRO è un sistema di chiusura a strappo in tessuto sintetico commercializzato dall’omonima azienda. Vi si realizzano, tra le altre cose, chiusure per scarpe sportive o per indumenti tecnici, ortopedici e protettivi.

Il PELTRO è una lega di stagno e altri metalli (in misura non superiore al 10%). Vi si realizzano monili artigianali, come vassoi o fiaschette da taschino che, una volta lucidati, possono ricordare l’argento.

Il VELTRO è un termine desueto che un tempo veniva utilizzato per designare il cane da caccia tipo levriero. Il lemma è divenuto celebre per essere stato utilizzato, in senso allegorico, da Dante all’inizio della Divina Commedia nell’omonima profezia.

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Il sistema di chiusura VELCRO fu inventato nel 1955 dall’ingegnere svizzero George De Mestral che, di ritorno da una passeggiata in campagna, notò che alla sua giacca di panno si erano appiccicati dei piccoli fiori di bardana, che risultava molto difficile staccare. Analizzati i due elementi al microscopio notò che il legame era causato dall’unione di minuscoli uncini, posizionati sul calice dei fiori, ai riccioli del tessuto della giacca. Decise così di brevettare un sistema di chiusura composto da una striscia di nylon sulla quale sono incollati molti piccoli uncini e una di poliestere sulla quale è distribuito un gran numero di minuscole asole. La parola VELCRO è una crasi dei termini francesi velours (velluto) e crochet (uncino)

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Nella profezia del VELTRO, che preconizza l’arrivo di un intervento divino a punire e guarire l’umanità dai vizi del tempo, Dante curiosamente menziona anche le parole PELTRO e FELTRO. Il veltro rappresenta la giustizia che sconfigge e uccide la lupa (avidità) che si accoppia con altri animali (altri vizi dell’uomo). Giustizia che per agire non ha bisogno di contropartite quali terra  o monete (peltro), ma di sapienza, amore e virtù. Il riferimento al feltro, infine, denoterebbe, secondo alcuni studiosi, l’umile origine di tale azione riformatrice (feltro come panno di poco valore).

« Molti son li animali a cui s’ammoglia
e più saranno ancora, infin che’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa
fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno
là ove ‘nvidia prima dipartilla. »

(Inf. I, 100-111)

 

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Il destino dei pionieri

La storia moderna è ricca di esempi di invenzioni che non hanno arricchito i visionari che le hanno date alla luce, quanto piuttosto chi, spesso anni dopo, ha saputo reinterpretarle e renderle fruibili dal grande pubblico al momento giusto.

Ciò accade generalmente per tre ordini di motivi: 1) mancanza di mezzi economici e/o connessioni politiche per realizzare e proteggere l’invenzione; 2) invenzione così prematura da non poter essere compresa dal mercato, se non molto tempo dopo; 3) una così alta focalizzazione sull’eccellenza tecnologica da indurre il produttore a trascurare marketing e distribuzione.

Alla terza casistica si può ricondurre quello che ormai è diventato un caso di studio internazionale, quando si parla di marketing.

Chi ha più di quarant’anni ricorderà il brand Betamax. Si tratta del primo sistema di largo consumo di videoregistrazione su cassetta brevettato dal colosso giapponese Sony nel 1975. Il sistema è stato il primo del genere introdotto sul mercato.  Era di altissima qualità e veniva prodotto da una grande azienda che ancora oggi è tra i leader dell’elettronica di consumo. Eppure, quando si parla di videoregistrazione, tutti ricordano VHS.

VHS è lo standard, a detta dei tecnici con qualità dell’immagine inferiore e predisposizione all’usura delle videocassette molto superiore, introdotto un anno dopo da uno dei concorrenti della Sony: la JVC. L’esito della guerra dei videoregistratori è noto. Il VHS ha trionfato a tal punto che nel 1988 la Sony ha cominciato a produrre videoregistratori VHS.

Quali sono i fattori alla base di questa vittoria che ha fatto sì che per buona parte degli anni ’80 e fino alla fine degli anni ’90 (quando il prodotto si è avviato sulla strada di una meritata obsolescenza), si sia continuato a registrare o a guardare quasi esclusivamente VHS?

Innanzitutto il registratore VHS pesava il 20% in meno di un betamax e questo a livello di costi di produzione industriale e di logistica ha un grande impatto. In secondo luogo, su un Betamax inizialmente si poteva registrare solo un’ora di video, mentre su VHS due, il che fa un grande differenza quando si vuole incidere un film su un’unica cassetta. In terzo luogo, in quanto pioniere, solo Sony, e non JVC, fu citata in giudizio dai produttori di contenuti Disney e Universal Studios, che l’accusarono di aver sviluppato una tecnologia che favoriva la pirateria (causa poi vinta da Sony, ma solo nel 1984 con danni di immagine rilevanti). Ma ciò che fece veramente la differenza fu che JVC ebbe sempre ben presente che ciò che fa il successo di una tecnologia di largo consumo è la diffusione del suo standard, prima ancora che la sua qualità. Così, da subito si aprì a collaborazioni con altri produttori e fu soprattutto lesta a capire che il mercato sarebbe stato non tanto trainato dalle scelte dei consumatori, quanto influenzato dal ruolo dei noleggiatori di cassette (che all’epoca noleggiavano anche i videoregistratori). Così, li “corteggiò” proponendo loro prodotti a prezzi inferiori, e di più facile stoccaggio, e si assicurò quindi che i noleggiatori ordinassero dalle case di distribuzione cinematografiche film in VHS anziché in Betamax, finché queste ultime cominciarono progressivamente a distribuire i propri film solo in formato VHS. Da quel momento in poi anche il privato che volesse comprarsi un videoregistratore si trovò di fronte alla scelta obbligata di optare per quello che leggesse lo standard di videocassetta più diffuso, cioè il VHS.

 

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Cosa ci fa il mio amico Arnold a bordo di Kitt?

Il crossover è una soluzione narrativa, utilizzata nell’industria cinematografica da tempo immemorabile, che comporta che due o più personaggi di film o serie tv distinte appaiano insieme sullo schermo, o condividendo da co-protagonisti una nuova storia, o venendo l’uno ospitato nella storia dell’altro.

Contrariamente a quanto si possa pensare, questa tecnica non nasce tanto da esigenze artistiche (vi sono anche questi casi, ma sono minoritari), quanto da motivazioni commerciali. Dietro la scelta di un crossover c’è infatti quasi sempre la necessità di vendere un nuovo prodotto o di incrementare le vendite di un prodotto esistente. Così assistiamo, fin dagli albori del cinema moderno, a crossover tra due personaggi complementari che possano riunire pubblici simili e massimizzare il successo di un nuovo prodotto (Frankenstein contro l’Uomo Lupo, 1943). Una pratica che si è poi diffusa a dismisura da quando sono tornate di moda le produzioni ispirate ai supereroi dei più famosi comics books, tanto che si dovrebbe parlare di questo come di un terzo filone a sé stante. Più interessante, invece, è analizzare il caso dei telefilm che, fin dagli anni ’70, cominciano ad annoverare contaminazioni e compenetrazioni tra serie, che per gli appassionati sono diventati oggetto di culto. Dietro un crossover in una serie tv ci sono due tipologie di esigenze commerciali: 1) utilizzare una serie di grande successo come “traino” per una serie meno fortunata o più giovane; 2) lanciare uno spin-off di una serie di successo nella speranza di replicarlo. Alla base di crossover di questo tipo ovviamente c’è sempre una produttore o un network comune.

Gli esempi sono tantissimi ma, se si dovesse scegliere un crossover per decade, tra le serie più amate degli anni ’70/’80/’90, probabilmente si dovrebbe menzionare: 1) Anni ’70: Mork & Mindy + Happy days; 2) Anni ’80: Il mio amico Arnold + Supercar; 3) Anni ’90: I Jeffersons + Willy il principe di Bel Air.

Mork & Mindy + Happy Days: Robin Williams nei panni di Mork appare per la prima volta in una puntata di Happy Days nel 1978 (My Favorite Orkan), quando i produttori decidono di lanciare questo personaggio magistralmente interpretato da Robin Williams, il cui successo istantaneo influenzerà la scelta di produrre “Mork & Mindy” subito dopo. Nella prima puntata Mork giunge sulla Terra per rapire Richie e portarlo su Ork come cavia umana, ma dopo un confronto con Fonzie, che include anche una leggendaria sfida al juke box, l’alieno desiste e cancella la memoria di tutti i protagonisti, che archivieranno l’accaduto come un sogno. Nella seconda puntata del 1979 (Mork Returns), girata quando la serie Mork & Mindy è già on air, Mork viaggia indietro nel tempo per tornare a trovare Richie e compagnia e ricevere consigli sulle relazioni sentimentali e il romanticismo, che da alieno fatica ancora a comprendere.

Il mio amico Arnold + Supercar: in questo memorabile doppio episodio del 1984 (Hooray for Hollywood) il Signor Drummond porta tutta la famiglia a Los Angeles per raggiungere Maggie, che lo ha appena lasciato, e convincerla a tornare con lui. Durante una visita agli studi di Hollywood però Arnold si intrufola nel set di Supercar per conoscere il protagonista della serie, ma finisce per cacciarsi nei guai salendo a bordo di un’automobile piena di esplosivo.  Sarà proprio Michael Knight a salvargli la vita in un finale all’ultimo spasimo.

I Jeffersons + Willy il pricipe di Bel Air: quella che probabilmente è una delle coppie più famose della storia del piccolo schermo appare per ben due volte nella serie che ha come protagonista Will Smith. Nel primo episodio del 1995 (Will is from Mars) i Jeffersons conoscono Willy e Lisa in occasione di una terapia di gruppo per coppie con problemi, ma una parola sbagliata di Willy scatena la furia del collerico George, finché proprio questa circostanza (e la conseguente solidarietà di Lisa nei confronti di Willy) aiuterà i due giovani ad appianare le loro divergenze. I Jefferson riappaiono nel finale della serie (I, Done. 1996) come acquirenti della villa dello zio di Willy, quando questi la mette in vendita poco prima di lasciare la California.

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Altri crossover famosi di serie TV: Magnum P.I. + Simon & Simon;  Magnum P.I. + La Signora in Giallo;  La donna bionica + l’uomo da 6 milioni di dollari;  Charlie’s Angels + Love Boat;  Baywatch + Gilligan’s Island;

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Donald Trump è apparso in una puntata di Willy il Principe di Bel Air insieme alla seconda moglie Marla Maples

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Negli ultimi anni le case automobilistiche hanno cominciato a produrre (o rinominato modelli esistenti) crossover.  Si tratta di tipologie di automobili che combinano le caratteristiche del SUV a quelle della station wagon sportiva

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Il vombato

Il vombato (in inglese wombat) è un piccolo marsupiale erbivoro che vive nelle foreste o nelle praterie di Australia e Tasmania. Somiglia vagamente ad un orsetto, è lungo circa 70cm, ma ha un peso specifico notevole che porta gli esemplari più tozzi a pesare 40kg. La testa compatta, il lunghi incisivi, le zampe corte e i duri artigli lo rendono uno scavatore fenomenale ma, nonostante la figura non slanciata e il fatto che passi gran parte del tempo sotto terra a scavare, quando si tratta di correre non è secondo a nessuno. Alcuni vombati, infatti, raggiungono velocità di 40 km/h.

In quanto marsupiale ha una sacca ma, anziché essere posizionata sull’addome, come nei canguri, si trova nel posteriore.

Il vombato vive nel complesso sistema di tane che scava sottoterra (alcuni tunnel possono misurare 200mt). Taluni esemplari vivono in comunità, altri in solitudine. Solitamente lavora di notte e dorme di giorno. Si nutre di radici, erba, cortecce, che digerisce molto lentamente (14 giorni) e dalle quali prende l’acqua per idratarsi. Questa particolare dieta, insieme al fatto di vivere a contatto con l’umidità della terra, gli consente di poter stare anche anni senza bere.

Il fatto che il suo aspetto ispiri tenerezza unitamente alla caratteristica di saper interagire in modo giocoso con l’uomo, hanno inizialmente indotto a pensare che il vombato potesse diventare un animale semi-domestico. Coloro che ci hanno provato, però, una volta che l’esemplare ha raggiunto l’età adulta, ne sono usciti con le ossa rotte e le case distrutte. Non per cattiveria o per aggressività innata, ma semplicemente per come è strutturato, il vombato può ferire seriamente l’uomo, anche solo per manifestare affetto. Inoltre, può cominciare a correre all’impazzata quando si trova in uno spazio chiuso sfondando porte e lesionando muri. La sua propensione a scavare tunnel in linea retta lo rende estremamente insofferente alle barriere architettoniche dei contesti civili, che preferisce abbattere, piuttosto che aggirare.

Un’ultima cosa estremamente curiosa del vombato è che utilizzi le sue terga tozze e cartilaginee per difendersi quando è attaccato da qualche predatore. Tipicamente, quando in pericolo, corre verso uno dei suoi tunnel, vi entra e, se l’aggressore istintivamente lo segue infilandovi il muso, il nostro marsupiale lo colpisce col sedere schiacciandogli la testa contro il soffitto del tunnel.

 

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Il cacciatore, la vacca di mare e il ruolo del riccio.

La vacca di mare, anche nota come “Ritina di Steller” era un un mammifero marino erbivoro di notevole stazza: 10 tonnellate distribuite su 8 metri di lunghezza per 6 di circonferenza nel punto più ampio. Caratteristica che l’ha resa, dalla sua comparsa nel Pleistocene alla sua estinzione nel 1768, il mammifero più grande del mondo, ad esclusione di alcuni cetacei.

Fu classificata per la prima volta nel 1741 dal naturalista tedesco Steller, che la osservò sull’isola di Bering, dove approdò a seguito di un naufragio (l’isola, situata al largo della penisola della Kamčatka, fu così battezzata proprio perché il famoso esploratore danese Bering vi morì poco dopo il naufragio).

Per sopravvivere durante il soggiorno forzato i naufraghi ne uccisero un discreto numero e se ne cibarono traendo dai grassi della sua carne grande beneficio per la cura della malattie tipiche dei tempi e delle professioni marinare, come lo scorbuto.

Tornati sulla terraferma i superstiti raccontarono ai loro compatrioti, tra i quali vi erano molti cacciatori di pellicce, delle vacche di mare e della particolare resistenza e impermeabilità delle loro pelli. Così da quel momento, e per i 20 anni successivi, l’Isola di Bering diventò una sorta di scalo per i cacciatori nei loro viaggi dalla Kamčatka all’Alaska, luogo che al tempo era densamente popolato di animali dalle pellicce pregiate, quali otarie e lontre marine.

Sull’isola di Bering i cacciatori completavano l’assemblaggio delle loro imbarcazioni con le pelli di vacca di mare, che utilizzavano per fasciare l’intelaiatura dello scafo e renderlo più leggero e duttile di quello tradizionale in legno. Allo stesso tempo, coi resti dei mammiferi marini all’uopo uccisi, facevano anche scorte di carne per il viaggio e, con la parte interna della pelle, persino suole per le scarpe.

Per due secoli si è quindi pensato che l’estinzione delle vacche di mare, avvenuta già 27 anni dopo la loro classificazione, fosse da ricondurre allo sterminio compiuto dai naufraghi della spedizione Bering prima e dai cacciatori di pelli nel ventennio successivo.

In realtà nel 1980, la naturalista e scrittrice Delphine Haley ha fornito, al termine dei suoi studi sulla fauna marina dell’Alaska e delle isole del Mare di Bering, una spiegazione molto più complessa e affascinante.

Secondo tale teoria, le vacche di mare originariamente popolavano le zone costiere dell’Alaska e le isole Aleutine. Quando i nativi di quei luoghi cominciarono a cacciare le lontre marine, che si cibavano di ricci di mare, quest’ultimi crebbero di numero in modo esponenziale. Poiché il riccio si nutre di alghe kelp, alimento consumato anche dalle vacche di mare, queste, per non morire di fame, furono costrette a migrare verso l’arcipelago di cui fa parte l’Isola di Bering, dove crescono le stesse alghe, ma dove non non vi sono antagonisti echinodermi. Naturalmente, solo una minoranza di esse riuscì a compiere indenne la migrazione.

Pertanto, quando i naufraghi approdarono sull’isola, quella delle vacche di mare era già una specie ridotta e a rischio di estinzione. L’intervento mortale dei cacciatori, reso più rapido ed efficace dal fatto che quella generazione di mammiferi marini non fosse mai entrata in contatto con l’uomo e non ne conoscesse quindi la pericolosità, ha solo accelerato un processo cominciato per altri motivi.

In conclusione, se è vero che quando si verifica lo sconvolgimento di un ecosistema con l’alterazione della catena alimentare, se non è per un cataclisma, il primo imputato è sempre l’uomo, è altrettanto vero che i nessi di causalità non sono mai così elementari e banali.

 

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Come si chiamano i Russi?

In Russia le persone vengono identificate attraverso un nome, un patronimico e un cognome.

Il nome proprio è scelto dai genitori, il patronimico invece deriva dal nome proprio del padre (al quale viene aggiunto -ovič, -evič, -ič per i maschi e -‘evna, –ovna per le femmine). Il cognome infine indica la famiglia di discendenza (sempre per linea maschile). Quest’ultimo rimane invariato per i maschi, mentre viene aggiunta una -a per le femmine (tranne in alcuni casi come quelli di cognomi di origine ucraina che terminano per -enko e che restano invariati anche per le femmine).

Quando una donna russa si sposa acquisisce il cognome del marito con l’aggiunta del suffisso -a. Esemplificativo è il caso della moglie di Michail Gorbačëv, nata Titarenko e divenuta Gorbačëva.

Per quanto riguarda gli usi in fatto di nomi, patronimici e cognomi nella società russa, il cognome è poco usato se non in occasioni formali e per iscritto. Il modo educato di rivolgersi ad una persona è utilizzare nome e patronimico “Caro Michail Sergeevič”. L’utilizzo del solo nome proprio è consentito quando le persone sono in grande confidenza, ma preferibilmente in forma di diminutivo (come Misha al posto di Michail, Olja al posto di Ol’ga).

 

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Il càctus

Per qualche motivo è difficile trovare qualcuno a cui non piacciano i càctus (s.m. inv.; o pl.  càcti).

Dipenderà forse dal fatto che siano piante morigerate, ma ostinate, altruiste, ma non arrendevoli e, in ogni caso, sempre portatrici di piacevoli sorprese.

Come tutti sanno i cactus sono pieni d’acqua al loro interno, ma estrarla non è facile, a causa delle spine e della spessa cuticola che protegge la polpa, tanto che i sempre assetati predatori dei luoghi inospitali in cui crescono non vi si cimentano neanche.

Tutta quella idratazione è ottenuta letteralmente aspirando l’umidità presente nell’aria e ritenendola grazie alla particolare struttura di cui si accennava sopra.

Un altro aspetto che li rende speciali è che, sebbene la maggior parte degli esemplari selvatici (il càctus si può anche coltivare in serra) crescano in zone desertiche o semi-desertiche, alcuni generi sono estremamente adattabili e possono sopravvivere anche a temperature prossime ai -20°C.

Molti generi di càctus, inoltre, producono fiori bellissimi ed alcuni anche frutti prelibati. Il fico d’India, che dà gli omonimi frutti, è un genere della famiglia dei càctus.

Le popolazioni native dei luoghi in cui si manifesta più massicciamente la loro presenza storicamente li hanno utilizzati nei modi più disparati. Sono già state menzionate pratiche come quella di estrazione dell’acqua (più laboriosa di quanto si possa pensare, servono ore per ottenerne un bicchiere ed il gusto è per palati forti) e della raccolta dei frutti. Meno noti sono altri impieghi come la produzione di candele ottenute daI succo oleoso di alcuni generi, la creazione di contenitori legnosi dalla parte bassa del fusto, l’approntamento di recinzioni costituite da doppie file di càctus impenetrabili, l’utilizzo delle spine come ami da pesca e, opportunamente spuntate, come spazzole per capelli.

Per una prima vacanza all’insegna del cactus-watching la destinazione più indicata è probabilmente il deserto di Sonora situato tra California, Arizona e Messico e che ospita numerosi esemplari del saguaro (vedi foto), il re dei càctus, che può arrivare a misurare 22 metri, a pesare 5 tonnellate e a vivere 200 anni.

 

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Regolazioni dell’orologio terrestre

L’unità di misura standard del tempo adottata dal Sistema Internazionale è il secondo.

Storicamente il secondo viene calcolato come una frazione di giorno solare medio (tempo che intercorre mediamente tra due passaggi del Sole sullo stesso meridiano).

Tuttavia, con l’introduzione degli orologi atomici che, a partire dal  1967, hanno cominciato a misurare il tempo con un’accuratezza al miliardesimo di secondo, si è presentato un problema:  il tempo misurato dagli orologi atomici è troppo preciso rispetto al tempo basato sulla rotazione terrestre. Quest’ultima infatti non è costante(1).

Per porre rimedio a questo problema nel 1972 è stato universalmente deciso di introdurre, in media ogni 18 mesi, il “secondo intercalare”, un secondo che viene manualmente aggiunto agli orologi atomici per mantenerli in sincronia con la rotazione terrestre.

La soluzione, che è sembrata un buon compromesso per diversi anni, si sta ora dimostrando inadeguata nell’era digitale in cui in un secondo avvengono miliardi di scambi di informazioni. Ogni volta che si compie questo aggiustamento manuale degli orologi atomici, che dettano il tempo a tutti i computer del mondo, transazioni bancarie, e-mail, chat, posizionamento degli aerei sui radar vengono esposti ad errori o ritardi potenzialmente fatali.

D’altro canto abolire il “secondo intercalare” produrrebbe ogni 100 anni l’effetto di far rimanere gli orologi atomici indietro di 15 secondi rispetto alla rotazione della terra, con ricadute indesiderate ancora peggiori.

Il dibattito scientifico resta aperto e chissà che non siano i giganti di internet le cui attività sono grandemente impattate da questo tema a proporre una soluzione definitiva.

 

(nella foto il NIST-f1, l’orologio atomico ufficiale degli Stati Uniti).

 

(1) Accelera in prossimità dell’afelio, rallenta in prossimità del perielio

 

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Una Nobel-donna

La scienziata Marie Curie (nata Maria Sklodowska), è l’unica persona nella storia ad aver vinto il premio Nobel in due discipline diverse(1). Vinse nel 1903 Nobel per la Fisica, con i suoi studi sulle radiazioni e nel 1911 il Nobel per la Chimica grazie alla scoperta del Radio e del Polonio (che fu battezzato così in onore della sua Terra d’origine).

Tra l’altro, la scoperta del Polonio consentirà ad un altro scienziato, il britannico Sir. James Chadwick, di vincere Nobel per la Fisica trent’anni dopo. E’ infatti proprio grazie alle peculiarità di questo elemento che Chadwick potrà dimostrare l’esistenza dei Neutroni.

Tra i numerosi primati ottenuti da Marie Curie nel corso della sua straordinaria vita c’è anche quello di essere stata la prima titolare donna di una cattedra alla Sorbona.

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La figlia di Marie Curie, Irène Joliot-Curie, vincerà a sua volta il Nobel per la Chimica nel 1935 per la scoperta della radioattività artificiale.

(1) Anche l’americano Linus Pauling ha vinto due Nobel in discipline diverse, ma uno di essi è il Nobel per la Pace, che è altrettanto prestigioso, ma che non riconosce meriti scientifici, economici o letterari.

 

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A qualcuno piace curvo*

Le versioni classiche della fisica e della geometria, che vengono insegnate a chi non intraprende studi universitari in quell’ambito (cioè la quasi totalità delle persone comuni), descrivono leggi che non si applicano all’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, cioè a tutto ciò che esiste al di là del sistema di riferimento-uomo.

Ad esempio la fisica classica (con Newton e la sua meccanica), non è in grado di spiegare il comportamento della materia a livello atomico/subatomico o il moto dei corpi quando la sua velocità si approssima a quella della luce.

Ma se non siamo così ambiziosi da volerci cimentare con la meccanica quantistica che, invece, quella spiegazione è in grado di darcela, siamo però abbastanza grandi per apprendere che le tre certezze di geometria euclidea che avevamo crollino, quando si passa da un foglio di carta ad una realtà in scala cosmica.

Così apprendiamo che : 1) la somma degli angoli di un triangolo è sempre superiore a 180 gradi; 2) per un punto esterno ad una retta non può passare nessuna retta parallela alla prima; 3) tutte le rette si incontrano in due punti opposti.

La spiegazione di questa contraddizione sta tutta nella curvatura. La realtà è curva. La Terra è una sfera(1). Come possono esistere, quindi, nella realtà due rette parallele che non si incontrano mai se la superficie della Terra è sferica? Tracciare rette parallele su una sfera non è possibile. Anche i Meridiani, che sono linee immaginarie create per convenzione, finiscono inevitabilmente col non essere né rette, né parallele (tanto che si incrociano, eccome, nei due Poli).

 

(Proprietà di un triangolo disegnato su una sfera)

 

Tali geometrie, di cui abbiamo sopra accennato solo alcuni degli elementi fondanti, si definiscono geometrie non Euclidee ed includono la geometria iperbolica e la geometria ellittica.

 

(differenze tra triangoli rispettivamente in geometria Euclidea, ellittica e iperbolica)

 

La loro definizione, agli inizi dell’Ottocento, è stata fondamentale per l’elaborazione della teoria della relatività generale di Einstein ed in particolare l’introduzione del concetto di curvatura dello spazio-tempo. Secondo Einstein a governare l’interazione tra masse, quali quelle dei pianeti, non è il principio della fisica classica che due corpi siano attratti tra loro da una forza direttamente proporzionale alle masse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza, ma proprio la curvatura dello spazio-tempo.

La metafora più efficace per spiegare questo concetto è quella del tappeto elastico, che viene più o meno deformato da sfere di massa differente.

 

(Curvatura dello spazio-tempo in relazione alle masse dei corpi)

In conclusione, il mondo e l’universo sono governati da leggi diverse da quelle spiegate dalla meccanica classica e dalla geometria euclidea, che funzionano solo su scale né troppo piccole, né troppo grandi (non l’atomo, non i pianeti). Per tutto il resto ci sono la meccanica quantistica (molto piccolo) e le geometrie non euclidee (molto grande).

 

(1) non una sfera perfetta ma uno sferoide oblato.

*Questo articolo, come tutto ciò che viene pubblicato su amorvacui.it, non ha alcuna pretesa di divulgazione scientifica, ma solo l’obiettivo di fornire, attraverso semplificazioni strumentali, un invito alla riflessione e all’approfondimento presso fonti che abbiano, al contrario, piena dignità scientifica.

 

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Tessuti d’altri tempi: il Bisso

Il bisso è un tessuto che si ottiene dalla lavorazione dei filamenti secreti dalla Pinna Nobilis, una bivalve endemica del Mar Mediterraneo, che può raggiungere dimensioni superiori al metro di lunghezza.

Tali filamenti servono all’organismo per ancorarsi ai fondali marini, ma la loro consistenza, simile a quella dei fili di seta, e il loro colore dorato, ne hanno fatto sin da tempi antichissimi una materia prima molto ambita per la tessitura di capi destinati alla nobiltà e ai porporati.

La produzione artigianale è stata interrotta all’inizio del Ventesimo Secolo perché inevitabilmente caratterizzata da eccessiva intensità di manodopera, nonché per la scarsità di materia prima. Infatti, per ottenere un chilogrammo di bisso grezzo, e riuscire quindi a filare duecento grammi di seta di bisso, occorrono circa mille conchiglie.

Il processo di lavorazione si articola a grandi linee in sette fasi: Raccolta, Dissalatura, Prima Asciugatura, Ammollo, Seconda Asciugatura, Cardatura e Filatura a mano da eseguire rigorosamente con il solo ausilio delle unghie.

Gli ultimi maestri della lavorazione del Bisso rimasti in Italia si trovano nell’isola di Sant’Antioco e in Puglia, a Taranto.

Si dice che la conoscenza di questa arte venga tramandata di maestro in allievo dalla notte dei tempi e formalizzata in un giuramento che vieta l’utilizzo degli insegnamenti a fini di arricchimento personale.

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Attualmente la fibra animale commerciabile più esclusiva al mondo è la Vicuña. I suoi tessuti, ricavati dalla tosatura degli omonimi camelidi andini, ai tempi degli Inca poteva essere indossati solo da membri della famiglia reale. Il diametro medio di una fibra di Vicuña è pari a dodici / tredici micron, caratteristica che la rende la fibra più fine al mondo (il cashmere in media è quindici micron).

 

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Leggende delle Olimpiadi

L’atleta italiano che ha vinto il maggior numero di medaglie olimpiche è lo schermidore Edoardo Mangiarotti che, in cinque edizioni, ne ha collezionate 13, di cui 6 del metallo più prezioso.

Lo slittinista italiano Armin Zöggeler è invece l’unico atleta al mondo ad essere salito sul podio in sei diverse edizioni dei giochi (consecutivamente da Lillehammer 1994 a Sochi 2014).